di Marco Signorile
A Cortina d’Ampezzo la montagna non è soltanto paesaggio. In questi giorni diventa una scena.
Le piste innevate, il silenzio delle Dolomiti, il respiro dell’altitudine: tutto sembra preparare un palcoscenico naturale dove entrano, uno dopo l’altro, gli atleti delle Paralimpiadi. Non semplici protagonisti di una gara, ma interpreti di una storia più grande.
Una storia che parla di coraggio, volontà e rinascita.
Davanti alla celebre pista dell’Olympia delle Tofane, lo sguardo incontra uno dei simboli più intensi dello sport paralimpico: gli Agitos, le tre forme che rappresentano l’energia fisica, mentale e spirituale. Tre forze che ruotano attorno a un centro ideale.
Quel centro è la volontà.
La volontà dell’atleta che, quando la vita lo mette alla prova nel corpo, nella mente o nello spirito, decide di non fermarsi. Di rialzarsi. Di ricominciare.
Non è soltanto sport. È una forma di rinascita.
A ricordarlo è anche Stefano Longo, presidente della Fondazione Cortina, che ha sottolineato quanto queste giornate rappresentino un evento straordinario non solo dal punto di vista sportivo, ma anche umano e culturale.
Le Paralimpiadi raccontano inclusione, determinazione, entusiasmo. Raccontano atleti che affrontano la montagna con una concentrazione assoluta e con una forza interiore che spesso lascia senza parole.
E quest’anno l’inizio di questa avventura è stato accompagnato anche da un gesto simbolico molto potente.
Il 6 marzo 2026 il braciere olimpico è stato riacceso all’Arco della Pace di Milano, uno dei luoghi più rappresentativi della città. Un gesto semplice ma carico di significato: la fiamma che torna ad accendersi per ricordare che lo spirito olimpico continua a vivere anche nelle Paralimpiadi.
Un segno di continuità, ma anche di rinnovamento.
Eppure, troppo spesso, questo racconto fatica a trovare spazio.
Terminato l’entusiasmo delle Olimpiadi, i media tornano rapidamente ad altro: calcio, Formula 1, classifiche, polemiche. Le Paralimpiadi restano ai margini del racconto quotidiano.
Ed è un peccato.
Perché qui, sulle piste di Cortina, si vede qualcosa che va oltre la competizione.
Si vedono atleti che trasformano una ferita in energia.
Si vede la determinazione di chi affronta il limite senza paura.
Si vede lo sport tornare alla sua forma più pura.
Qualcuno lo ha detto con una frase che suona quasi provocatoria:
«Questa non è una Paralimpiade. È una Super Olimpiade».
Forse è un’immagine forte, ma il significato è chiaro.
Perché questi atleti non stanno semplicemente gareggiando.
Stanno dimostrando che il limite non è sempre una fine.
A volte è l’inizio di una nuova possibilità.
Il corpo può cambiare, può ferirsi, può essere messo alla prova dalla vita. Ma la volontà di rimettersi in cammino, di tornare in pista, di tornare in scena, resta una delle forze più straordinarie dell’essere umano.
Le Paralimpiadi non raccontano soltanto medaglie.
Raccontano vite.
E forse, proprio per questo, meriterebbero di aprire più spesso i giornali del mattino.

