IL CINEMA IN PIAZZA

di Michele Minisci

Quella sera di una caldissima estate all’inizio degli anni Sessanta il richiamo era veramente irresistibile: era arrivato il cinema in piazza, un avvenimento per noi incredibile per il nostro piccolo paesino di origini arberesh, gli albanesi arrivati in Italia più di cinque secoli fa per sfuggire alle persecuzioni dei turchi-ottomani. Correvamo allora in piazza il più velocemente possibile, e sapevamo che ognuno doveva  portarsi da casa una sedia, un seggiolino, e noi eravamo sempre i primi ad arrivare e a piazzarci ai primi posti, a soli cinque metri dal lenzuolo bianco che fungeva da schermo.  Anche se non si vedeva una mazza… perché troppo vicini e le immagini erano naturalmente sfuocate. Ma noi eravamo ai primi posti! Al centro dell’attenzione generale. E questo ci bastava.

E mentre i tecnici finivano di montare il telone e preparavano le  bobine da inserire nel grande proiettore da 35 millimetri, non mancavamo  mai di lanciarci tra di noi urla di richiamo, pernacchie e sfotto’. E manciate di lupini a tutti quelli che ci stavano dietro, nascondendo però subito la mano, appena sentivamo le imprecazioni e le maleparole dei più incazzati.

Tutte cose che non potevamo certo fare quando andavamo nel salone del Cinema d’inverno, di Mastro Torelli, o al Circolo del Partito Comunista o nella vecchia chiesa sconsacrata a guardare  il Varietà del sabato sera nella  Tv del prete, le uniche televisioni nel raggio di 20 chilometri.  La Vecchia Chiesa……unico luogo di ritrovo e di divertimento, oltre al bar di Trombuno, nel nostro piccolo paesino. Prima di tutto perché in quel luogo avevamo pregato e cantato per nostro Signore Gesù fino a qualche anno prima e quindi quel luogo ci incuteva ancora soggezione, e poi perché assistevamo anche ad un rito che ci divertiva molto. I primi posti venivano già occupati sin dal tardo pomeriggio da tutti  gli anziani del paese, primo fra tutti lo zio Alessandro, che dopo un po’, però, faceva il vuoto nella fila in cui era seduto perché aveva l’abitudine,  forse per un tic nervoso, di dondolare velocemente il piede destro, dopo aver accavallato le sue gambe grassocce, in maniera continua e ritmata tanto da far tremare tutta la panca da dieci posti.

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E quando la lunga panca cominciava a tremare tutta come se ci fosse il terremoto, ecco farsi il vuoto attorno a mio zio.

Ma finalmente il Cinema era pronto, noi mettevamo fine ai nostri schiamazzi ed ecco che partiva un grande fascio di luce bianco-azzurra dal proiettore verso il grande lenzuolo bianco attaccato alla belle e meglio sulla facciata del Municipio, con molte pieghe ai bordi, ed iniziava la Settimana Incom, con tutte le belle cose che succedevano al Nord, le conquiste nei diversi campi dell’elettricità, della moda, della Fiat, della Riforma Agraria, degli attori famosi, delle nuove case per gli operai immigrati a Milano e Torino, o in Svizzera e in Germania, insomma il ”miracolo economico”, così lo chiamavano, con l’aiuto degli americani, il famoso piano Marshall,  che non capivamo mai cosa volesse dire.

La voce del presentatore era sempre allegra, scoppiettante, veloce, sempre con una musichetta di sottofondo, e descriveva gente famosa che partiva, che arrivava, attori, principi, piloti, politici che inauguravano autostrade, case popolari, ponti, aeroporti.

Tutti avvenimenti che a noi sembravano cose dell’altro mondo, non cose che succedevano nel nostro paese del Sud, nella nostra parte d’Italia.

Anche perché per noi, a quei tempi, l’Italia era  solo il nostro paesino, con la pianura di Sibari ai nostri piedi, la catena del monte Pollino, sullo sfondo, a sinistra, dove andava a calare sempre  il sole, e sulla destra il mare Ionio, che se ci andavi su con una barca sempre diritto, sapevamo che  al massimo incontravi Taranto, e poi oltre c’era l’Albania, il paese dei nostri avi. E poi basta. Anche se a scuola ci facevano cantare spesso:…”Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti, il 24 maggio”…o giù di lì. Oppure: ”Montegrappa tu sei la mia patria, sei la stella che guida il cammino, sei la gloria, il dovere, il destino…”, e poi non mi ricordo più, ma sempre con l’immancabile finale…. “zum- zum”. Forse per instillare in noi ragazzi uno spirito patriottico che di certo non avevamo.

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Ma dopo un po’ di quei filmati, durante i quali dovevamo stare zitti e mosca e seduti, a noi veniva un po’ di smania, e allora ad un mio cenno ci alzavamo contemporaneamente tutti insieme, io e i miei tre amici del cuore, e ci dirigevamo in fondo alla piazza dove anche quell’anno il cocomeraio aveva costruito  il suo recinto con delle lunghe tavole tenute su di taglio da diversi grossi sassi messi da una parte e dall’altra, per non far scivolare i cocomeri, in quanto la piazza era in discesa e c’era  una bella pendenza.

Ed era proprio questo fatto che solleticava la nostra attenzione e ci suggeriva di  mettere in atto la nostra ennesima marachella.

La tecnica era semplice: due di noi dovevano distrarre il cocomeraio mentre un altro  doveva con gesto veloce e furtivo spostare l’asse di legno fino a far passare un cocomero e farlo scivolare per la discesa della piazza, dove stava ad aspettarlo il quarto componente della nostra banda.

Quando il colpo ci riusciva, con la nostra “preda” tenuta saldamente in braccio, a quattro mani, scappavamo alla Fontana Vecchia per mettere il cocomero nell’acqua fresca e dopo una mezz’oretta ne facevamo un bella scorpacciata fino a stare male. Perché quei cocomeri erano spesso grossi  più di 20 chili.