Di Daniele Castrizio

Al Museo Nazionale di Copenhagen è conservata un’urna cineraria etrusca proveniente da Volterra, databile intorno al 100 a.C., che per molto tempo è stata interpretata come una rappresentazione nuziale. La scena scolpita sul coperchio sembrerebbe, a prima vista, illustrare un matrimonio: due figure sono rappresentate una di fronte all’altra, nell’atto di stringersi la mano, in atteggiamento apparentemente pacifico, mentre alle loro spalle si stagliano due figure demoniache, identificabili come Megera e Tisifone, le Erinni della vendetta. Ma è proprio la presenza di questidemoni, assieme ad altri dettagli iconografici, a sollevare dubbi su questa lettura tradizionale.
La sposa, infatti, non è velata, elemento rituale imprescindibile nel matrimonio romano ed etrusco. I due personaggi non mostrano i consueti attributi nuziali e lo sguardo che si scambiano appare teso, carico di tensione più che di armonia.
Gli studiosi più recenti hanno quindi proposto una rilettura dell’opera: non si tratterebbe di una scena di nozze, ma di un momento tragico della mitologia greca — il patto scellerato tra Eteocle e Polinice, i due figli di Edipo.
Dopo la maledizione lanciata dal padre, accecato non solo negli occhi ma anche dall’odio verso la propria stirpe, Eteocle e Polinice decisero di governare Tebe alternandosi al potere: un anno ciascuno. Ma allo scadere del primo anno, Eteocle si rifiutò di cedere il trono. Polinice, esiliato e umiliato, trovò rifugio ad Argo, dove sposò la figlia del re Adrasto, che lo sostenne nella sua impresa di riconquista.
L’esercito argivo marciò su Tebe con sei condottieri a fianco di Polinice: da qui il mito dei “Sette contro Tebe”.
Lo scontro fu sanguinoso e distruttivo. Quasi tutti i guerrieri dell’esercito argivo caddero, e il duello finale tra i due fratelli si concluse con la loro reciproca uccisione. La contesa non terminò
con la loro morte, ma si protrasse per generazioni. I figli di Eteocle e Polinice continuarono a combattersi, alimentando l’odio fraterno che Edipo aveva profetizzato.

Fu solo con Arghìa, pronipote di Polinice, che il ciclo della vendetta si interruppe. Arghìa si trasferì a Sparta e sposò un eroe locale, dando origine alle due grandi dinastie reali spartane: gli Agiadi e gli Euripontidi. I primi re, fratelli, a differenza del fallimentare accordo degli avi tebani, si alternarono con regolarità al potere ogni sei mesi, garantendo a Sparta una stabilità che Tebe non aveva mai conosciuto, con una tradizione che durò per secoli.
Ciò che non era stato possibile a Tebe, cioè la convivenza pacifica di due poteri uguali che sia alternavano al governo, divenne realtà a Sparta: una vera e propria utopia politica resa concreta dalla discendenza di Polinice.
Tornando all’urna di Volterra, si comprende come gli scultori etruschi, profondi conoscitori della mitologia greca, abbiano voluto raffigurare non un’unione matrimoniale, ma un patto tragico, segnato fin dall’inizio dalla menzogna e dalla rovina.
La presenza di Megera e Tisifone sullo sfondo non è casuale: sono lì a testimoniare che l’accordo tra Eteocle e Polinice era già destinato alfallimento. Non un giuramento di fratellanza, ma una promessa ingannevole, pronunciata sotto l’ombra della maledizione paterna.
L’urna cineraria diventa così non solo un monumento funerario, ma anche una riflessione profonda sull’ineluttabilità del destino e sull’incapacità umana di sfuggire all’odio fraterno.
In questo, gli etruschi mostrano una sensibilità tragica straordinaria, capace di cogliere nella mitologia greca un’eco delle proprie inquietudini sul potere, la morte, la famiglia e l’inganno.
