Un imperatore e due sante donne

di Daniele Castrizio

Tre cronisti romei – tra cui lo studioso Simeone il Metafraste – raccontano un episodio che unisce in modo singolare potere, fede e destino femminile: la “Sfilata delle spose” organizzata a Costantinopoli, nella quale il giovane imperatore Teofilo avrebbe dovuto scegliere la sua consorte. Secondo l’uso di corte, egli avrebbe offerto una mela d’oro alla prescelta. Tra le fanciulle convocate figurava Kassianì, nata in una nobile famiglia patrizia, nota non solo per la sua bellezza ma anche per l’intelligenza e la cultura.
Teofilo, colpito dal suo aspetto, si avvicinò a lei e, quasi per metterla alla prova, pronunciò una frase ispirata al racconto biblico del peccato originale: «Tutto il male ci viene da una donna», volendo indicare la colpa di Eva. Ma Kassianì non si lasciò intimidire e replicò con fermezza: «Ma anche tutto il bene ci viene da una donna», alludendo alla Vergine Maria e alla nascita di Cristo. Quella risposta, che ribaltava con sottile ironia il giudizio maschile sulla colpa di Eva, ferì l’orgoglio del sovrano. Teofilo, per non mostrare debolezza, consegnò la mela d’oro a un’altra fanciulla, Teodora Armena.
Kassianì non cercò vendetta né favori di corte. Abbandonò la vita mondana e fondò un monastero a ovest di Costantinopoli, dove divenne badessa. Fu autrice di numerosi inni liturgici, impregnati di una teologia profonda e di un tono poetico originale. Il più celebre, conosciuto come “Inno di Kassianì”, è tuttora cantato nel rito ortodosso durante la celebrazione del martedì santo, e commemora il dolore e la redenzione del peccato umano.

La Chiesa la venera come santa.
Anche Teodora, la moglie prescelta da Teofilo, divenne una figura di santità. Di origine armena, ella si trovò a condividere il trono con un marito che perseguitava il culto delle immagini sacre. Contrariamente a lui, Teodora mantenne viva la venerazione delle icone, educando i propri figli nella fede ortodossa .

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Dopo la morte di Teofilo, divenuta reggente dell’Impero, abolì ufficialmente l’iconoclastia e ristabilì il culto delle immagini e delle reliquie, atto che la Chiesa orientale celebra ancora oggi come il “Trionfo dell’Ortodossia”.
Questa vicenda, intreccio di fede e potere femminile, trovò riflesso anche nella monetazione dell’epoca. In un nomisma d’oro di Costantinopoli , sul diritto appare l’icona di Cristo, modellata secondo l’immagine della Sindone, mentre sul rovescio compaiono a sinistra l’imperatore Michele III – detto “l’ubriacone” – e a destra la madre Teodora, avvolta nel loros, simbolo di legittimità dinastica e sacralità del potere.

Un secondo nomisma mostra invece Teodora in maestà sul diritto, mentre sul rovescio si distinguono il figlio Michele e la sorella Tecla, più alta di lui e anch’ella cinta del loros, a significare l’autorità condivisa e la continuità del sangue imperiale.


La storia di questo imperatore iconoclasta, circondato da due donne sante – una moglie e una quasi sposa – che seppero custodire la fede e reggere il potere con sapienza e coraggio, è ancora oggi un terreno di studio affascinante. Al di là delle semplificazioni dei moderni storici anglosassoni, resta un esempio emblematico di come, anche nel cuore dell’Impero bizantino, la voce delle donne potesse rovesciare i destini e affermare, accanto alla teologia, una sottile e irriducibile intelligenza non solo spirituale, ma anche militare e politica.