“La vera sfida non è spegnere uno schermo, ma ritrovare il tempo per stare insieme”. di Marco Signorile
Una volta, la sera, nelle case si sentivano voci. La televisione accesa in salotto. Una madre che chiedeva come fosse andata la giornata. Un padre che raccontava il lavoro. Fratelli che litigavano per il telecomando. Persino i silenzi avevano una forma condivisa.
Oggi, molto spesso, si sentono soprattutto notifiche.
Non è nostalgia. È semplicemente una fotografia del tempo in cui viviamo.
Il “coprifuoco digitale” nel Regno Unito
Per questo la decisione del Regno Unito di limitare l’accesso ai social network per i minori di 16 anni merita una riflessione che va oltre la cronaca. La misura, che dovrebbe entrare in vigore nei prossimi mesi, nasce dalla crescente preoccupazione di famiglie, insegnanti e specialisti per il rapporto sempre più intenso tra adolescenti e piattaforme digitali.
Il dibattito si è concentrato soprattutto sull’ipotesi di un cosiddetto “coprifuoco digitale”, una definizione che personalmente trovo poco efficace. La parola coprifuoco richiama un divieto. E i divieti, soprattutto nell’adolescenza, raramente educano da soli.
Forse sarebbe più corretto parlare di tempo restituito. Tempo da riconsegnare ai ragazzi perché possano usarlo in modi diversi: leggere, annoiarsi, coltivare una passione, fare sport, parlare o semplicemente stare insieme.
Quando l’algoritmo sostituisce lo sguardo
Il vero tema, infatti, non è demonizzare la tecnologia. I social network sono strumenti straordinari. Permettono di comunicare, imparare, scoprire mondi lontani e mantenere relazioni che un tempo sarebbero state impossibili.
Il problema nasce quando diventano l’unico spazio abitato:
- Quando la cameretta sostituisce il cortile.
- Quando lo schermo prende il posto dello sguardo.
- Quando l’algoritmo finisce per conoscere un ragazzo meglio delle persone che gli stanno accanto.
Molti esperti sottolineano da anni gli effetti che un uso eccessivo dei dispositivi può avere sul sonno, sulla concentrazione e sulla costruzione dell’identità personale. Ma forse esiste una domanda ancora più semplice: quanto tempo passiamo davvero con i nostri figli?
La solitudine dei ragazzi e i cambiamenti sociali
Perché è facile attribuire ogni responsabilità alla tecnologia. Più difficile è riconoscere che spesso i ragazzi trascorrono molte ore da soli. Non per mancanza d’amore, ma perché la vita delle famiglie è cambiata.
Oggi, nella maggior parte dei casi, lavorano entrambi i genitori. Non è una scelta ideologica: è una necessità economica. I costi della vita rendono spesso impossibile immaginare modelli familiari appartenenti ad altre epoche.
Il ruolo delle istituzioni e dello smart working
Per questo motivo le istituzioni potrebbero fare qualcosa di più. Non soltanto attraverso bonus o contributi economici, ma favorendo una migliore qualità della vita familiare. Penso, ad esempio, allo smart working. Non come privilegio, non come concessione, ma come opportunità.
La possibilità per un genitore di lavorare da casa alcuni giorni alla settimana può significare molto più di quanto sembri. Non si tratta di controllare continuamente un figlio. Si tratta di esserci:
- Di essere presenti quando torna da scuola.
- Di condividere una merenda.
- Di seguire un compito.
- Di accompagnarlo a un allenamento.
- Di ascoltare una preoccupazione prima che diventi un problema.
Educare significa esserci
La presenza non risolve tutto. Ma costruisce. E costruire richiede tempo.
Forse è proprio questo il punto che emerge dalla discussione aperta nel Regno Unito. Non spegnere uno schermo. Riaccendere una relazione. Perché nessuna applicazione potrà mai sostituire una conversazione vera. Nessun algoritmo potrà offrire ciò che offre una famiglia quando trova il tempo di stare insieme.
E forse la domanda più importante non è quanto tempo i ragazzi trascorrono sui social. Ma quanto tempo noi adulti riusciamo ancora a trascorrere con loro.
Perché educare non significa soltanto proteggere. Significa esserci.

