di Marco Signorile
C’è chi lascia dietro di sé solo film. E chi invece lascia un’idea di mondo.
Robert Redford appartiene alla seconda categoria.
La sua carriera inizia a Broadway, dove recita in Tall Story, The Highest Tree e Sunday in New York: palcoscenici che hanno forgiato l’attore prima della grande esplosione a Hollywood. Già allora era chiaro: la bellezza non avrebbe mai sovrastato la bravura.
Nato a Santa Monica nel 1936, il ragazzo dai capelli biondi conquista il cinema con ruoli iconici: Butch Cassidy accanto a Paul Newman, Il grande Gatsby, Tutti gli uomini del presidente con Dustin Hoffman. In coppia con attrici straordinarie come Jane Fonda, Barbra Streisand, Meryl Streep, ha dato vita a personaggi che restano scolpiti nella memoria.
Io non dimentico il 1998, quando portò sullo schermo L’uomo che sussurrava ai cavalli, dal romanzo di Nicholas Evans: un film che, come capita con i capolavori, sfuma il confine fra pagina scritta e immagine filmica, lasciando il dubbio su cosa sia più bello, il libro o il film.
A quarant’anni, il salto dietro la macchina da presa: Gente comune lo consacra regista da Oscar. Poi il Sundance Film Festival, da lui fondato, che diventa laboratorio di libertà e indipendenza. Un’eredità che oggi vale quanto la sua carriera d’attore.
Redford non è stato soltanto un divo. È stato un uomo impegnato: ambientalista, attento ai temi civili, capace di dare glamour e voce alle cause in cui credeva. Una bellezza autentica, un fascino che non si esauriva sul tappeto rosso.
Scompare a 89 anni, lasciandoci una lezione: il cinema non è solo intrattenimento, ma responsabilità. E la bellezza non serve se non diventa impegno.
Robert Redford resta così: una leggenda che sussurra ancora, ma stavolta ai nostri ricordi.


