di Paolo Brutto
“E’ verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie”. Attraverso le parole utilizzate per questo incipit divenuto celeberrimo per milioni e milioni di lettori e lettrici in ogni epoca e in ogni angolo del mondo, emerge fin da subito la sincerità letteraria e l’ironia sferzante di Jane Austen, fra le autrici più celebri ed amate del panorama letterario inglese e mondiale.
Una sincerità e un’ironia decisamente ‘pericolose’ visto che, nell’Inghilterra a cavallo tra Settecento ed Ottocento, non erano viste di buon occhio le donne che trascuravano le attività domestiche per occuparsi di “frivolezze” intellettuali. La Austen visse la sua vita e, soprattutto, il suo talento letterario lontano da qualsiasi forma di pubblicità o di fama, quasi fosse un demone da occultare, ben consapevole che, per poter esercitare fino in fondo questa sua straordinaria attitudine letteraria, lei avrebbe dovuto vivere una sorta di ‘doppia vita’, nella quale alla sobrietà e alla morigeratezza dei costumi su cui erano improntate le “buone” norme sociali caratterizzanti il periodo della reggenza inglese, avrebbe alternato l’esposizione letteraria di vicende umane attraversate dai tumulti del cuore e dell’anima, storie straordinarie che, però, furono tutte pubblicate dalla Austen in forma anonima prima che il fratello Henry rivelasse il nome dell’autrice al grande pubblico (ciò accadde con la pubblicazione postuma de L’Abbazia di Northanger e Persuasione).
Chi era veramente Jane Austen?
Di lei sappiamo ch’era figlia di George Austen, un pastore anglicano rettore delle parrocchie di Steventon e Deane nonché uomo dotato di una vasta cultura, e di Cassandra Leigh: penultima di otto figli, Jane Austen nacque il 16 dicembre del 1775 a Steventon, nello Hampshire, un piccolo villaggio dell’Inghilterra meridionale. La piccola Jane cresce in un ambiente familiare unito, non ricco ma agiato e, sin dall’infanzia, sarà sempre molto legata alla sorella Cassandra con la quale intratterrà una fitta corrispondenza che, però, venne in gran parte distrutta proprio da Cassandra, forse per pudore o forse per gelosia.
Negli anni della prima adolescenza, coincidenti con lo scoppio della Rivoluzione francese, la Austen incomincia a scrivere racconti e romanzi brevi e già da queste prime prove letterarie – commedie, novelle, indovinelli, romanzetti – incomincia ad emergere il suo spirito acuto, decisamente incline all’ironia e alla parodia. Questi scritti, tutti composti dagli undici ai diciotto anni e che verranno raccolti dalla stessa Austen in tre volumi noti col titolo di Juvenilia, non sembrano essere ancora temperati da quell’eleganza squisita tipica della sua maturità ma risultano, tuttavia, già vibranti di originalità e di genio letterario.
Tra il 1795 e il 1799 Jane Austen iniziò la stesura di quelli che sarebbero diventati i suoi capolavori più celebri: Prime Impressioni (First Impressions) che, nel 1813, sarebbe diventato celebre con il titolo Orgoglio e Pregiudizio ed il racconto, inizialmente intitolato Elinor e Marianne che, tempo dopo, avrebbe raggiunto imperitura fama col titolo Ragione e sentimento.
I protagonisti: Elizabeth Bennet, una voce fuori dal coro
Tralasciando (per ovvie ragioni di spazio) le lunghe quanto accurate disamine critico-letterarie su un’opera così straordinaria come Orgoglio e Pregiudizio, mi soffermerò soprattutto sui personaggi principali del romanzo (Elizabeth Bennet e Mr. Darcy) e sui temi affrontati in questo romanzo. Elizabeth Bennet è la protagonista femminile di questo racconto e rappresenta, per molti aspetti, un vero e proprio alter ego letterario della Austen: ragazza graziosa, intelligente e brillante, insofferente alle convenzioni dell’epoca ma, soprattutto, restia ad accettare di sposare un uomo solo per prestigio e tornaconto economico o per non rimanere zitella, Elizabeth (o Lizzy, così come viene chiamata affettuosamente dai familiari), è capace di “scandalizzare” i benpensanti con la sua leggiadra impertinenza e, attraverso un’ironia pungente ma al tempo stesso discreta, di mettere alla berlina gli atteggiamenti presuntuosi di chi si ritiene superiore in virtù della propria posizione sociale – basti ricordare, in questa sede, la figura caricaturale di Lady Catherine de Bourgh – o gli atteggiamenti estremamente ridicoli di quanti si umiliano di fronte a chi occupa un gradino sociale più elevato del proprio (si pensi al personaggio decisamente grottesco di Collins).
In questo quadro di gerarchie già prestabilite dall’ordine storico-sociale del momento, la giovane Elizabeth appare agli occhi dei lettori come una voce straordinariamente fuori dal coro, con un’indipendenza intellettuale e morale così radicata da sembrare un’eroina antesignana delle moderne femministe del secolo scorso. Anche la stessa Austen sarà estremamente soddisfatta di questa creatura partorita dalla sua fantasia letteraria ed Attilio Bertolucci la descrive efficacemente così: “Bella senza essere bellissima, con occhi però fuori dal comune, conquista, senza averne l’intenzione, il miglior partito possibile, in virtù della sua intelligenza, del suo carattere fermo senza essere duro, della sua naturale integrità morale”.

Il cammino di formazione di Elizabeth e Mr. Darcy
Elizabeth conoscerà l’affascinante Mr. Darcy e piano, piano si innamorerà di lui ma ciò accadrà solo verso la fine del romanzo in quanto inizialmente Lizzy etichetterà Darcy come una persona profondamente antipatica ed arrogante, soprattutto quando inizialmente verrà giudicata da lui come una bellezza passabile: queste convinzioni, anzi, questi pregiudizi uniti sia all’avversione causata dalla separazione tra la sorella Jane e Charles Bingley ad opera di Darcy stesso, sia ad un’iniziale simpatia provata per l’affascinante signor Wickham, porteranno Elizabeth a rifiutare la prima proposta di matrimonio fattale dal proprietario dell’immensa tenuta di Pemberley. Elizabeth, però, incomincerà gradualmente a cambiare non solo opinione su Mr. Darcy ma a rivalutarlo alla luce di un sentimento che, inesorabilmente, la porterà a mettersi in discussione e a rivedere molti dei suoi pregiudizi e preconcetti iniziali.
L’amore per Darcy rappresenta per Elizabeth un vero e proprio cammino di formazione: grazie alla sua spiccata intelligenza e determinazione, virtù rese ancora più brillanti dal suo carattere particolarmente ironico, Lizzy riuscirà fin da subito a fare breccia nel cuore di Mr. Darcy. Quest’ultimo, d’altro canto, si innamora quasi subito di Elizabeth ma, sprezzante e orgoglioso com’è, sembra restio a dare libero sfogo ai propri sentimenti per Lizzy, soprattutto a causa della bassa estrazione sociale della giovane e degli imbarazzanti comportamenti assunti dalla madre di quest’ultima e dalle sorelle minori.
Ma anche Darcy, così come Elizabeth, avrà modo di “crescere” moralmente, abbandonando il proprio orgoglio e la propria arroganza fino a scoprire il lato più socievole e premuroso del proprio carattere, soprattutto quando rincontrerà Elizabeth nella sua dimora di Pemberley. Sarà l’amore per Elizabeth che spingerà Darcy a cercare a Londra la sorella minore di quest’ultima, ossia Lydia, fuggita qui insieme a Wickham e, dopo averli ritrovati, pagherà quest’ultimo affinché sposi la giovane ristabilendo così la reputazione della famiglia Bennet. Oltre a ciò, Darcy ammetterà l’errore di aver separato Charles Bingley dalla sua adorata Jane e spingerà l’amico a ricongiungersi con l’amata.
La critica sociale dietro la leggerezza della Reggenza
Alla luce di quanto espresso finora, quale giudizio possiamo dare infine su un’opera come Orgoglio e Pregiudizio? Beh, al di là delle elaborate diatribe ermeneutiche sviluppatesi nel corso dei decenni sullo stile utilizzato dalla Austen per redigere questo romanzo, ci troviamo sicuramente di fronte ad un’opera complessa ed elaborata, finissima nella cura dei dialoghi e nella rappresentazione dei sentimenti dei protagonisti ma mai superficiale o artificiosa, bensì sempre lieve e naturale, come se si facesse da sé (Sara Poledrelli).
Questa “leggerezza”, però, è stata additata anche da parecchi lettori che hanno accusato la Austen di aver confezionato vicende certamente impeccabili e ben congegnate dal punto di vista dell’effetto narrativo, ma incredibilmente avulse da una realtà storica contemporanea squassata da avvenimenti epocali che avrebbero cambiato per sempre la fisionomia politica e sociale della vecchia Europa. Anche la scrittrice inglese, con uno straordinario senso autocritico, temeva in cuor suo che il libro risultasse troppo brillante o positivo, privo di quella complessità storica e di quelle ombre che una determinata epoca sembra gettare sulle nostre vicende umane.
In realtà, le implicazioni storiche ma soprattutto quelle di tipo sociale sono ben presenti e ben riflesse nell’architettura di questo romanzo: il concetto di matrimonio all’interno della società del tempo, l’incontro/scontro fra i rappresentanti delle diverse classi sociali e, naturalmente, l’orgoglio e il pregiudizio che ispirano i pensieri, i sentimenti e connotano le vicende dei protagonisti di questo romanzo. Tutti questi elementi vengono mescolati ed amalgamati dalla Austen con sapiente maestria, soprattutto attraverso l’uso di un linguaggio dai toni vivaci ed ironici che rende piacevole ed accattivante il romanzo fin dalle prime pagine. L’uso del discorso indiretto libero, inoltre, ci permette di entrare nella mente dei personaggi – in particolar modo in quello di Elizabeth – rendendo così partecipi e complici anche i lettori dei pensieri e delle scelte che si agitano nell’animò dei protagonisti. Gli eccessi caratteriali, il pregiudizio, l’orgoglio di Elizabeth e Darcy – così come di tutti gli altri personaggi, in misura maggiore o minore – rappresenteranno tuttavia il terreno ideale su cui la Austen traccerà la crescita psicologica e sentimentale dei due protagonisti, i quali dovranno affrontare i tumulti del loro animo confrontandosi non solo con le proprie strutture mentali ma, alle volte, mettendo addirittura in discussione le proprie prospettive morali, acquisendo così vivacità e spessore letterario.
Un piccolo mondo vivente: l’eredità immortale di Jane Austen
Certo, questo romanzo appare ai più molto vivace e colorato, tranquillo e consolatorio e anche la stessa Austen, ragionando su Orgoglio e pregiudizio, lo definiva così: “Troppo leggero, luminoso, scintillante, manca un pò di ombre….”. Ma, al di là di come ognuno di noi voglia vedere quest’opera o come vuole collocarla all’interno del proprio orizzonte emozionale, Orgoglio e Pregiudizio rappresenta un’opera immortale, grazie soprattutto alla potenza creatrice e allo sguardo immaginifico di Jane Austen, la quale, come affermò Virginia Woolf:
«[…] Più di ogni altro romanziere, lei riempie ogni centimetro della tela di osservazioni, plasma ogni frase trasformandola in significato, chiude ogni fessura e ogni spiraglio del tessuto, fino a quando ciascun romanzo non diviene un piccolo mondo vivente, dal quale non si può eliminare una scena o persino una frase senza privarlo un pò della sua vita».
Per la Woolf, soprattutto, Jane Austen ebbe, in misura forse più alta di ogni altra donna inglese, il senso della significatività della vita, al di là di ogni personale simpatia o antipatia. Ed è grazie a questo significato profondo che leggiamo ancor oggi e continueremo a leggere in eterno opere come Orgoglio e Pregiudizio poiché in esse non risplendono soltanto i nostri sentimenti e le nostre miserie ma, soprattutto, rifulge quella umanità composta da uomini e donne comuni che vivono in contesti ordinari raccontati però in maniera straordinaria, che vibrano attraverso le loro passioni e le sfumature più intime dei loro sentimenti. In essi ritroviamo la stilla più autentica della nostra umanità, il sublime significato della nostra esistenza e non importa a chi vogliamo assomigliare, se più ad Elizabeth o a Darcy o a qualsivoglia personaggio della letteratura di ogni tempo: noi apparteniamo all’infinito, anzi, noi siamo infinito ed è da questa considerazione che, ogni volta, possiamo ripartire per tornare a vivere per davvero e (perché no?!?) provare, di tanto in tanto, ad essere felici.


