NAIMA JAZZ CLUB: LA NOSTRA FILOSOFIA

di Michele Minisci

«Il Naima  jazz club – recitava la prima bozza di statuto della nascente Associazione Culturale – vuole essere il punto di arrivo degli sforzi fatti in questi ultimi due anni per allargare la conoscenza della musica jazz e diffonderla ad un più vasto numero di persone, ma anche un punto di partenza per trovare nuovi stimoli, nuovi spunti, per costituire un forte momento di aggregazione ed un veicolo di espressione per tutti coloro che fino ad ora hanno vissuto il jazz come momento soggettivo.

Il Naima jazz club vuole diventare un luogo non solo per addetti ai lavori, dove si ascolta e si produce musica, ma anche un momento di incontro e di svago e di apertura sociale che permetta di rompere l’isolamento in cui un certo tipo di cultura ha, fino ad ora, relegato il jazz in tutte le nostre realtà».

Belle parole, eh? Intendimenti precisi e forti!

E’ stato grazie a quell’impegno, a quella determinazione, alle iniziative portate avanti nei due anni precedenti, alla consapevolezza che la musica jazz bisogna farla vivere tutto l’anno e non solo in alcune rassegne, che abbiamo messo a fuoco finalmente a Forlì, piccola città di provincia allora con poco più di 100.000 abitanti, l’esistenza di una dimensione alternativa ai grandi concerti, ai grandi festival che durano tre o quattro giorni, e poi… basta, il vuoto, il deserto.

 Io ero fermamente convinto sin dall’inizio che il jazz avesse bisogno di una partecipazione quotidiana e di una concretizzazione dell’esperienza, altrimenti si restava avvinghiati nella dimensione, pur mitica, dello star system, e si finiva per avere a che fare solo con le proposte e coi big imposti dalle agenzie e dal mercato. Sempre gli stessi.

Leggi anche  IL CIRCOLO KARL MARX

Per un discorso qualitativo diverso e per contare su una ricca partecipazione con idee e stimoli nuovi, eravamo invece tutti d’accordo che il nuovo club doveva fondarsi su una base sociale ben definita, allargata a tutti gli appassionati, prerogativa indispensabile per una buona e felice riuscita dell’iniziativa, e doveva poggiare sull’enorme serbatoio di musicisti ancora non famosi.

Si stava vivendo allora la crisi dei mega festival jazz, e con queste chiare e ben definite intenzioni stavamo gettando le basi di un’Associazione che poi avrebbe fatta molta strada.

Ma già qualche mese prima avevamo dato un forte segnale  in questa direzione: avevamo presentato al pubblico l’Orchestra Laboratorio della Circoscrizione n. 5 – Centro Musicale del Comune di Forlì e del Naima club, composta da 17 elementi, coordinati da Lino Truffi e magistralmente diretta da Gianni Ghetti, con un suggestivo omaggio a Duke Ellington.

Una Big Band che sarebbe poi stata il punto di forza dell’attività invernale, anche didattica, del Naima, omaggio inequivocabile alla rivalutazione dei musicisti locali, di tutti quelli ancora non famosi, linfa vitale per alimentare la «quotidianità del jazz».

Dopo i primi concerti con tantissimi gruppi italiani, tra cui quello del compianto Giorgio Baiocco, e poi Tirincanti, la Rimini Dixieland, Barbara Martini, Mario Fragiacomo, Marcello Tonolo, Jimmy Villotti, e tanti altri; con le varie fidanzate e morose alla cassa d’ingresso e alle tessere o a fare le bariste, con tutti i fondatori del club impegnati nei vari servizi di vigilanza, service, rifornimenti, pulizie, ecc., ecco che Ornella Tromboni e Giorgio Lombardi iniziarono a proporci i gruppi americani, da far esibire nella sala grande.

 E così cominciarono ad arrivare a Forlì musicisti del calibro di Lee Konitz, Al Gray, Barney Kessel, Robin Keniatta, Tal Farlow. Era l’autunno del 1983.  Ma fu con l’arrivo di Chet Baker, l’1 marzo del 1984, che prendemmo il volo, che entrammo di diritto nella rosa dei jazz club più importanti del nostro Paese.

Leggi anche  LA NOTTE CHE SI BRUCIO' IL JAZZ