di Marco Signorile
C’è un silenzio, a Firenze, che non si è mai dissolto davvero.
Un silenzio che attraversa quarant’anni di paura e memoria, un’eco che torna ogni volta che qualcuno prova a raccontare quella storia.
Questa volta la voce è quella di Pino Rinaldi, giornalista d’inchiesta che nel suo nuovo libro, Il Mostro di Firenze – La verità nascosta, riapre le pagine più oscure della cronaca italiana con lucidità e rispetto.
Lo raggiungo telefonicamente in una mattina di ottobre, poco dopo le sette e mezza.
La sua voce mi arriva nitida e diretta, nonostante l’ora precoce.
“Dopo il delitto dell’82 – mi dice – qualcosa cambia per sempre. La ricerca della verità imbocca due strade: quella ufficiale e quella reale.”
Sette duplici delitti tra il 1974 e il 1982, un Paese paralizzato dal terrore.
Poi la svolta: i magistrati Vigna e Dalla Monica chiedono ai Carabinieri di tornare indietro nel tempo, alla ricerca di crimini simili.
Così riemerge un delitto del 1968 a Signa: un marito, una moglie, un amante, e un bambino addormentato sul sedile posteriore.
Un caso passionale, ma troppo simile per essere ignorato.

Rinaldi racconta la doppia pista che da lì si apre: quella ufficiale, nata da ricerche d’archivio, e quella alternativa, più inquietante, che ipotizza un depistaggio orchestrato.
È qui che comincia la sua indagine nel tempo, tra versioni opposte e carte dimenticate.
A questo punto gli chiedo:
– Pino, ma davvero la cosiddetta “pista sarda” può essere considerata l’unica strada credibile?
Tra le molte verità mancate, Rinaldi riporta in primo piano proprio la “pista sarda”, l’unica – dice – ad aver avuto basi concrete e mai davvero approfondita nelle aule di giustizia.
«Sì — risponde senza esitazione — perché è l’unica che poggia su fatti concreti. È nata dal lavoro del Generale Torrisi e racconta un intreccio familiare, umano, perfettamente coerente con la realtà del 1968.»
Nel suo racconto, la pista sarda diventa un quadro complesso di passioni, vendette e paure: Salvatore Vinci, Stefano Mele, Barbara Locci, un figlio conteso, un delitto che sa di onore e condanna.
Una verità scomoda, rimasta ai margini di ogni processo, eppure ancora viva.
Rinaldi oggi vuole riportarla alla luce con una produzione documentaristica costruita su materiali inediti e documenti autentici.
«Non per accusare — mi dice — ma per ricordare. Perché la verità non è un segreto, è un dovere civile.»
Il suo libro non chiude il caso. Lo racconta, lo umanizza, lo restituisce al tempo.
Perché ci sono storie che non chiedono clamore, ma memoria.
Raccontare, in fondo, non significa riaprire le ferite.
Significa impedire che il silenzio le cancelli.
E per scoprire davvero quella verità — tra archivi, ombre e memorie — non resta che leggere il libro di Pino Rinaldi.
La memoria collettiva non è mai neutra.
È fatta di omissioni, paure e convenienze.
Nel caso del Mostro di Firenze, la memoria non riguarda solo un assassino, ma un’intera società che ha preferito dimenticare.
Rinaldi non scava solo nei faldoni: scava nel silenzio, e il silenzio è una forma di colpa.

Dietro ogni delitto che scuote una città, c’è una comunità che si difende dimenticando.
Il Mostro di Firenze ha ucciso due volte: la prima con le armi, la seconda con il silenzio.
Fare inchiesta, quando tutto è stato detto, è un atto d’amore.
Amore per la giustizia, per la chiarezza, per le persone dimenticate.
Rinaldi non riapre un caso: riaccende una luce.
Ogni epoca ha i suoi mostri, ma pochi hanno il coraggio di guardarli.
Forse la verità non libera, ma illumina — e a volte è già abbastanza.

