di Rossana Lucente
L’uso dei guanti risale ai tempi dell’antico Egitto, come dimostrano i ritrovamenti di questi accessori di lino nelle tombe faraoniche, simbolo di uno status oligarchico.
Nella civiltà greco – romana venivano impiegati durante i banchetti, e dai contadini per proteggere le mani nei lavori agricoli. Con il Medioevo, i guanti assunsero un forte valore simbolico: segno di raffinatezza per i nobili, segno di purezza per i vescovi, segno di onore per i cavalieri, i quali potevano consegnare o raccogliere un guanto per dichiarare guerra o accettare una sfida. Numerosi artisti hanno rappresentato questi accessori nelle loro opere, come dimostra Albercht Durer in “Autoritratto (1500)”, dove il pittore tedesco ostenta eleganti “guanti di pelle”, sottolineando l’appartenenza alla borghesia colta, e un’attenzione alla moda rinascimentale, artista precursore del “copyright” e spesso contestato per la sua immagine “cristoforme” e blasfema.

Tiziano Vecellio nel “Ritratto di uomo con guanto (1520)”, ritrae un giovane uomo veneziano che indossa un abito scuro, con un “guanto da parata” calzato e l’altro tenuto nella mano, diventando un attributo del “gentiluomo ideale” e rinascimentale, soggetto identificato con un membro della famiglia Barbarigo, mentre le altre ipotesi suggeriscono il nome di Giovanni da Carminati detto “Baffo” e di Girolamo Adorno, un patrizio genovese.

Diego Velazquez in “Ritratto di dama con ventaglio (1635)”, illustra una dama velata con coroncina di rosario alla cintola, in bilico tra mondanità barocca e devozione religiosa, la quale sfoggia “guanti da cerimonia” chiari, strumenti per non toccare direttamente gli oggetti, e mantenere un’aura di distacco aristocratico. Il soggetto viene identificato con Marie de Rohan, duchesse de Chevreuse, una nobildonna francese in esilio a Madrid, mentre le altre fonti ipotizzano il nome di Juana de Miranda, moglie del pittore e di sua figlia Francisca.

Édouard Manet ne “Il balcone (1868-69)”, rappresenta la pittrice impressionista, e poi cognata Berthe Morisot, affiancata dalla violinista Fanny Claus, la quale indossa “guanti da giorno”, tipici della moda parigina, in compagnia del pittore Antoine Guillemet, mentre sullo sfondo, s’intravede il figliastro dell’autore dell’opera, Léon Leenhoff. I personaggi lontani nei loro apparati borghesi, sembrano vivere in un’atmosfera sospesa, tra vita pubblica e vita privata.

Giovanni Boldini nel “Ritratto di una signora (1912)”, mostra una sensuale donna di cui s’ignora la identità, la quale porta dei lunghi “guanti da opera”, simbolo di frivolezza e mondanità, interpretando il gusto estetico della “Belle Époque”.

Tamara de Lempicka in “Donna in abito verde con guanti (1930)”, incarna una “femme fatale”, soggetto ricorrente nell’Art Decò, la quale veste un abito lucente, dove i “guanti corti” e bianchi ne accentuano la sensualità geometrica e sofisticata. I guanti, attraverso la storia dell’arte hanno dimostrato di essere complementi polivalenti: da protezione funzionale a simbolo di potere, da strumento liturgico a segno di moda. Le opere visive ce ne restituiscono un’immagine stratificata, capace di raccontare non solo lo sviluppo del costume, ma anche l’evoluzione dei valori culturali e sociali.

Rossana Lucente

