di Gabriele Naccarato
Ti sei mai chiesta perché molte figure materne nella letteratura, nel teatro o nell’opera siano “controverse”? Forse non ci hai fatto caso, ma molte di loro condividono un nucleo simbolico comune: non sono semplicemente “madri cattive”, bensì figure che incarnano il lato oscuro dell’archetipo materno, quello che la cultura occidentale — soprattutto patriarcale — ha spesso temuto, represso o trasformato in monito.
Gli archetipi della madre controversa nella letteratura e nell’opera
Prendiamo alcuni esempi. Ricorderai sicuramente la celebre aria della Regina della Notte nel Flauto Magico: con la sua voce angelica, potente e vibrante, tenta di manipolare Pamina — sua figlia — affinché uccida Sarastro, il saggio. Perché? Perché lui le ha sottratto il potere, la figlia e l’autorità morale. Nel linguaggio simbolico dell’opera, la Regina incarna il caos emotivo che deve essere superato dal nuovo ordine maschile.

La Signora Capuleti, la madre di Giulietta, è distante e calcolatrice. Non cresce i suoi figli ed è responsabile delle alleanze familiari. È una madre politica più che affettiva: obbliga Giulietta a concedersi come sposa a Paride per dovere sociale e sicurezza familiare, lo stesso destino che lei stessa ha subito.

Medea uccide i suoi figli per colpire Giasone nel suo punto più vulnerabile, distruggendo così la sua discendenza. È l’incarnazione estrema dell’archetipo della madre ferita: tradita, privata di tutto, trasforma l’amore in un’arma. Uccidere i figli è anche un rifiuto del ruolo materno imposto, un gesto di ribellione contro una società che la vede come straniera, nemica, e che la vuole solo e soltanto come “madre”.

Gertrude, la madre di Amleto, è enigmatica e ambigua. Vive in un sistema patriarcale che la usa come pedina politica. La sua apparente leggerezza morale — risposarsi subito, non vedere la corruzione della corte, non comprendere il tormento del figlio — non nasce da cattiveria, ma da sopravvivenza, fragilità e dipendenza dal potere maschile. È una donna che sceglie la sicurezza invece della verità.

Il caso emblematico di Madre Courage di Bertolt Brecht
Madre Courage, di Bertolt Brecht, è una delle figure più potenti e disturbanti del teatro del Novecento. Una madre che ama e distrugge allo stesso tempo, una donna che in tempo di guerra sopravvive mentre tutto intorno muore. Sacrifica indirettamente i suoi figli perché le sue scelte economiche e la sua ostinazione nel continuare a commerciare in guerra contribuiscono alla loro morte.
Madre Courage non cambia: la morte dei figli non la scuote, non la trasforma, non la spinge a ribellarsi. Non si ferma, non si pente, non si concede nemmeno il lusso di crollare. È la tragedia dell’essere umano intrappolato in un sistema che lo divora e che, nonostante tutto, continua a servire; la tragedia di chi non riesce a uscire dal meccanismo che lo distrugge, perché quel meccanismo è anche l’unico modo che conosce per sopravvivere.

Il patriarcato come struttura viva: dal mito alla realtà di oggi
Alla fine, ciò che resta è un pensiero più grande della guerra stessa: il sistema che schiaccia Madre Courage è lo stesso che, da secoli, schiaccia il femminile. Un sistema patriarcale così radicato da sembrare naturale, inevitabile, quasi divino. È un ordine che ha insegnato a generazioni intere che la donna è subordinata all’uomo, che il suo valore dipende dalla sua utilità, dalla sua obbedienza, dalla sua capacità di non disturbare.
È un indottrinamento antico, spesso mascherato da religione, che ha trasformato la figura femminile in un’ombra sospetta: oscura, demoniaca, pericolosa. È lo stesso pensiero che ancora oggi porta qualcuno a dire:
“Avrai fatto qualcosa per stuzzicarlo, perciò ti ha stuprato.”
Una frase che non è solo violenza: è la prova che il patriarcato non è un fantasma del passato, ma una struttura viva, che respira attraverso le parole, le abitudini, le giustificazioni.

La responsabilità maschile nella liberazione dei generi
E io, pur essendo un uomo, non posso chiamarmene fuori. Non posso fingere che non mi riguardi. Ho il dovere di combatterlo, perché il patriarcato non danneggia solo le donne: disumanizza tutti, impone ruoli, soffoca possibilità, trasforma la forza in dominio e la fragilità in colpa.
Ridare potere al femminile non significa metterlo sopra il maschile, non significa invertire la gerarchia: significa restituire dignità, quella dignità umana che dovrebbe essere il punto di partenza, non il traguardo. Significa riconoscere che un mondo più giusto non nasce dall’opposizione tra generi, ma dalla loro liberazione reciproca. Noi abbiamo il compito di immaginare un mondo in cui nessuno debba più trascinare il peso di un sistema che lo vuole schiavo. Un mondo in cui il femminile non sia più un bersaglio, ma una voce. Una presenza. Una forza che non deve chiedere il permesso di esistere.

