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di Marco Signorile
Ci entri senza pensarci, poi alzi lo sguardo e qualcosa cambia. Sopra di te una struttura fluttua: non pesa, non invade, si muove lentamente come una superficie d’aria che prende forma. Moduli morbidi nello sguardo, quasi cuscinetti sospesi, che cambiano assetto a ogni presenza.
Basta avvicinarsi, sfiorare, e la struttura reagisce. Si apre, si ritrae, si sposta con una naturalezza sorprendente. Non c’è distanza, ma nemmeno contatto. Solo una sensazione netta: leggerezza. Quella rara, che non ha bisogno di essere spiegata.
Nel pieno del Fuorisalone — che quest’anno è un flusso continuo, veloce, a tratti travolgente — Marea, l’installazione firmata Habits Design nel Brera Design District, introduce una pausa silenziosa. Un invito a rallentare, quasi a rientrare in una dimensione più intima dello spazio.
Solo dopo arriva la struttura. E cambia prospettiva.
MAREA / TIDE non è solo un’installazione, ma una vera struttura aerea robotica e interattiva. Sospesa sopra i visitatori come una volta mobile e riflettente, costruisce un cielo artificiale in continua trasformazione. L’aria diventa materia progettuale: qualcosa che non si limita a contenere lo spazio, ma lo ridefinisce in tempo reale.
A raccontarne i dettagli è Thomas Short, uno dei progettisti del team che firma il progetto. MAREA nasce infatti dal lavoro condiviso di Habits Design, fondato da Enzo Rifino e Diego Rossi, insieme a un gruppo di collaboratori che ne sviluppano le diverse componenti: Thomas Short, Melle Keuchenius, Alessandro Crespi e Mauro Piatti.
Dietro quella leggerezza quasi istintiva si nasconde un sistema complesso: moduli gonfiati a elio, collegati da nodi motorizzati, capaci di muoversi verticalmente con variazioni minime, quasi impercettibili.
Come una marea — da cui prende il nome — la struttura avanza e si ritrae. Non in modo scenografico, ma continuo, silenzioso. Traduce la presenza delle persone, la loro densità, i loro movimenti, in trasformazioni dello spazio.
Può avvicinarsi a un singolo visitatore, creando una sorta di guscio sospeso, oppure aprirsi e ridisegnarsi sopra gruppi più ampi, generando configurazioni sempre diverse.
Sensori ambientali monitorano costantemente ciò che accade sotto la superficie, mentre attuatori regolano ogni nodo, dando vita a una mesh dinamica che non si ripete mai allo stesso modo.
“Vogliamo che la robotica possa essere anche poetica, in armonia con l’essere umano”, racconta Thomas Short.
Ed è esattamente ciò che accade.
Nel racconto tecnico di Thomas — preciso, calibrato, quasi ingegneristico — emerge però anche un entusiasmo concreto, capace di restituire la dimensione più sottile del progetto. È attraverso il suo sguardo che la struttura si lascia comprendere, lasciando affiorare quella qualità poetica che si percepisce entrando nello spazio.
Un punto di vista che nasce dal lavoro condiviso del team, dove competenze diverse trovano una sintesi coerente, dando forma a un linguaggio progettuale riconoscibile.
Perché Marea non si impone. Ascolta. Reagisce. Si costruisce nella relazione.
E forse è proprio questo il punto più interessante: non un oggetto da osservare, ma un paesaggio da attraversare.


