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Disturbi dell’Alimentazione: l’Approccio Psicosomatico

di Francesca Abramiin I consigli dello psicologoon Pubblicato il Giugno 30, 2026Giugno 30, 2026

di Francesca Abrami

Il mondo vede riprodotto nell’alimentazione uno dei suoi tanti paradossali squilibri: mentre una parte dell’umanità soffre a causa di numerosi problemi legati alla denutrizione, l’altra parte va incontro a patologie e problematiche connesse alla nutrizione eccessiva (diabete, ipertensione, obesità, disturbi psicologici…).

Infatti, i disturbi dell’alimentazione non sono uniformemente distribuiti nel pianeta ma sono prevalentemente presenti nei paesi occidentali industrializzati, anche se con il processo di globalizzazione si hanno parecchi casi in paesi asiatici e negli immigrati di seconda e terza generazione, man mano che questi assumono valori occidentali.

Un problema così vasto ci porta a riflettere su come il rapporto con il cibo sia legato da un lato alla sopravvivenza, dall’altro alle relazioni socio-affettive della specie umana.

È, dunque, facile intuire come esista uno stretto legame tra salute, alimentazione e comportamento. Questo rapporto è talmente rilevante che, se interagiscono determinati fattori, si possono innescare vere e proprie situazioni patologiche.

Tra i principali disturbi alimentari troviamo:

  • Anoressia;
  • Bulimia;
  • Picacismo (ingerire materiali non commestibili);
  • Mericismo (ruminazione: deglutire un bolo di cibo, espellerlo nuovamente dalla bocca e rimasticarlo; si può avere nei pazienti a ospedalizzazione cronica, mentre nei bambini è un sintomo legato all’angoscia della sparizione dell’oggetto).

Anoressia

È importante comprendere i sintomi fondamentali per fare una diagnosi di anoressia. Essi sono:

  • Rifiuto volontario di alimentarsi adeguatamente come conseguenza di quello che è il nucleo patologico dell’anoressia, cioè la paura di ingrassare o fobia del peso;
  • Nelle donne, interruzione del ciclo mestruale (almeno tre cicli);
  • Dismorfismo corporeo (alterazione percettiva del proprio corpo);
  • Iperattività fisica (contrasto tra energia e fragilità corporea).

Bulimia

Per fare una diagnosi di bulimia bisogna che siano presenti:

  • Eccessi di orgia alimentare con l’ingestione in poco tempo di grandi quantità di cibo, di solito in solitudine e in segreto;
  • Sensazione di perdere il controllo durante l’attacco compulsivo, riconosciuto come simile a quello indotto dalle droghe;
  • Senso di colpa e necessità di prevenire l’ingrassamento con vomito autoindotto, abuso di lassativi, di farmaci anoressizzanti, diete, digiuni o una combinazione di questi metodi.
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Anoressia-bulimia

La stessa persona può passare da uno stato all’altro, alternando fasi di restrizione a fasi compulsive.

Obesità

L’obesità non rientra tecnicamente nei disturbi del comportamento alimentare, ma in questa condizione concorrono fattori genetici, familiari e psicologici. Essa favorisce spesso l’insorgere della bulimia e di altri disturbi alimentari.

L’obesità ha come causa-conseguenza diversi disturbi associati: alterazione dell’immagine corporea, calo dell’autostima, ansia e depressione.

Le diete funzionano davvero?

Numerose ricerche dimostrano come le diete siano tutte efficaci in quanto portano a un concreto dimagrimento, ma non funzionano a lungo termine poiché chi segue delle diete, soprattutto le diete restrittive, dopo un po’ di tempo le abbandona e riprende peso.

Il problema è che la maggior parte delle diete valutano semplicemente l’apporto calorico dei cibi, senza considerare che ciò che le rende fallimentari è il fatto che si basino tutte sul controllo, la limitazione e il sacrificio; di conseguenza, diventano insopportabili, anche perché non tengono conto che il rapporto uomo-cibo è basato sul principio del piacere e non sul dovere. Se non ci si rende conto che il piacere non può essere intrappolato nei limiti della pianificazione, ogni dieta sarà fallimentare.

Decidere di proibire totalmente i cibi desiderati reprimendo il piacere farà sì che questo desiderio diventi travolgente. Tanto più si vieta qualcosa, tanto più vi sarà l’effetto trasgressione.

Una dieta che funzioni deve considerare i gusti personali cercando di rendere sano il piacere e non una perdita di controllo.

Il legame tra contesti familiari e sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare

È un tema ampiamente studiato in psicologia. All’origine non vi è mai una singola causa: i disturbi alimentari sono patologie multifattoriali in cui interagiscono componenti biologiche, psicologiche, sociali e relazionali. Tuttavia, l’ambiente familiare può influenzare in modo significativo lo sviluppo di tali disturbi.

Sono state individuate alcune specifiche dinamiche ricorrenti nelle famiglie di persone che sviluppano un disturbo alimentare:

  • Violazione dei confini: l’autonomia del singolo viene percepita come una minaccia alla stabilità familiare, rendendo difficile per l’adolescente sviluppare un’identità separata.
  • Iperprotezione: un controllo eccessivo da parte dei genitori priva i figli della possibilità di sperimentare l’autonomia. Il controllo sul cibo e sul corpo diventa, così, l’unico ambito in cui il ragazzo o la ragazza sente di avere un potere assoluto.
  • Rigidità: difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti fisiologici e psicologici legati alla crescita. Le regole familiari rimangono immutabili anche quando non sono più funzionali.
  • Evitamento del conflitto: tendenza a mascherare i problemi. Il sintomo alimentare può convogliare l’attenzione della famiglia, unendola intorno a un problema medico per evitare che emergano altre fratture (ad esempio una crisi di coppia).
  • Alte aspettative e perfezionismo: in ambienti in cui il valore personale è legato al successo o all’apparenza, il corpo e il peso diventano il terreno su cui dimostrare la propria perfezione o esprimere il proprio fallimento.
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Il Sintomo come comunicazione del disagio

In molti contesti disfunzionali, il disturbo alimentare assume una forte valenza comunicativa:

  • Il corpo che parla: quando l’espressione verbale delle emozioni (rabbia, dolore, bisogno di aiuto) è scoraggiata, il corpo diventa l’unico canale disponibile per urlare un disagio profondo o per richiedere indirettamente cura e attenzione.

Psicoterapia e approccio psicosomatico

Proprio perché la famiglia gioca un ruolo chiave, la psicoterapia, in particolare l’approccio psicosomatico e sistemico-relazionale, non si concentra solo sul singolo paziente ma sull’intera famiglia.

  • Coinvolgimento attivo: i genitori non vengono “colpevolizzati”, ma guidati a comprendere come certe dinamiche si possano trasformare in una risorsa fondamentale per la guarigione.
  • Ristrutturazione dei confini: la terapia mira a favorire una sana differenziazione tra i membri, permettendo all’adolescente di esprimersi senza paura di rompere l’equilibrio.

L’approccio psicosomatico, che considera insieme fattori biologici e psicologici, è quello che porta maggiormente alla risoluzione del problema e alla guarigione completa.

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Autore dell'articoloScritto daFrancesca Abrami

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