di Francesca Abrami
Il mondo vede riprodotto nell’alimentazione uno dei suoi tanti paradossali squilibri: mentre una parte dell’umanità soffre a causa di numerosi problemi legati alla denutrizione, l’altra parte va incontro a patologie e problematiche connesse alla nutrizione eccessiva (diabete, ipertensione, obesità, disturbi psicologici…).
Infatti, i disturbi dell’alimentazione non sono uniformemente distribuiti nel pianeta ma sono prevalentemente presenti nei paesi occidentali industrializzati, anche se con il processo di globalizzazione si hanno parecchi casi in paesi asiatici e negli immigrati di seconda e terza generazione, man mano che questi assumono valori occidentali.
Un problema così vasto ci porta a riflettere su come il rapporto con il cibo sia legato da un lato alla sopravvivenza, dall’altro alle relazioni socio-affettive della specie umana.
È, dunque, facile intuire come esista uno stretto legame tra salute, alimentazione e comportamento. Questo rapporto è talmente rilevante che, se interagiscono determinati fattori, si possono innescare vere e proprie situazioni patologiche.
Tra i principali disturbi alimentari troviamo:
- Anoressia;
- Bulimia;
- Picacismo (ingerire materiali non commestibili);
- Mericismo (ruminazione: deglutire un bolo di cibo, espellerlo nuovamente dalla bocca e rimasticarlo; si può avere nei pazienti a ospedalizzazione cronica, mentre nei bambini è un sintomo legato all’angoscia della sparizione dell’oggetto).
Anoressia
È importante comprendere i sintomi fondamentali per fare una diagnosi di anoressia. Essi sono:
- Rifiuto volontario di alimentarsi adeguatamente come conseguenza di quello che è il nucleo patologico dell’anoressia, cioè la paura di ingrassare o fobia del peso;
- Nelle donne, interruzione del ciclo mestruale (almeno tre cicli);
- Dismorfismo corporeo (alterazione percettiva del proprio corpo);
- Iperattività fisica (contrasto tra energia e fragilità corporea).
Bulimia
Per fare una diagnosi di bulimia bisogna che siano presenti:
- Eccessi di orgia alimentare con l’ingestione in poco tempo di grandi quantità di cibo, di solito in solitudine e in segreto;
- Sensazione di perdere il controllo durante l’attacco compulsivo, riconosciuto come simile a quello indotto dalle droghe;
- Senso di colpa e necessità di prevenire l’ingrassamento con vomito autoindotto, abuso di lassativi, di farmaci anoressizzanti, diete, digiuni o una combinazione di questi metodi.
Anoressia-bulimia
La stessa persona può passare da uno stato all’altro, alternando fasi di restrizione a fasi compulsive.
Obesità
L’obesità non rientra tecnicamente nei disturbi del comportamento alimentare, ma in questa condizione concorrono fattori genetici, familiari e psicologici. Essa favorisce spesso l’insorgere della bulimia e di altri disturbi alimentari.
L’obesità ha come causa-conseguenza diversi disturbi associati: alterazione dell’immagine corporea, calo dell’autostima, ansia e depressione.
Le diete funzionano davvero?
Numerose ricerche dimostrano come le diete siano tutte efficaci in quanto portano a un concreto dimagrimento, ma non funzionano a lungo termine poiché chi segue delle diete, soprattutto le diete restrittive, dopo un po’ di tempo le abbandona e riprende peso.
Il problema è che la maggior parte delle diete valutano semplicemente l’apporto calorico dei cibi, senza considerare che ciò che le rende fallimentari è il fatto che si basino tutte sul controllo, la limitazione e il sacrificio; di conseguenza, diventano insopportabili, anche perché non tengono conto che il rapporto uomo-cibo è basato sul principio del piacere e non sul dovere. Se non ci si rende conto che il piacere non può essere intrappolato nei limiti della pianificazione, ogni dieta sarà fallimentare.
Decidere di proibire totalmente i cibi desiderati reprimendo il piacere farà sì che questo desiderio diventi travolgente. Tanto più si vieta qualcosa, tanto più vi sarà l’effetto trasgressione.
Una dieta che funzioni deve considerare i gusti personali cercando di rendere sano il piacere e non una perdita di controllo.
Il legame tra contesti familiari e sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare
È un tema ampiamente studiato in psicologia. All’origine non vi è mai una singola causa: i disturbi alimentari sono patologie multifattoriali in cui interagiscono componenti biologiche, psicologiche, sociali e relazionali. Tuttavia, l’ambiente familiare può influenzare in modo significativo lo sviluppo di tali disturbi.
Sono state individuate alcune specifiche dinamiche ricorrenti nelle famiglie di persone che sviluppano un disturbo alimentare:
- Violazione dei confini: l’autonomia del singolo viene percepita come una minaccia alla stabilità familiare, rendendo difficile per l’adolescente sviluppare un’identità separata.
- Iperprotezione: un controllo eccessivo da parte dei genitori priva i figli della possibilità di sperimentare l’autonomia. Il controllo sul cibo e sul corpo diventa, così, l’unico ambito in cui il ragazzo o la ragazza sente di avere un potere assoluto.
- Rigidità: difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti fisiologici e psicologici legati alla crescita. Le regole familiari rimangono immutabili anche quando non sono più funzionali.
- Evitamento del conflitto: tendenza a mascherare i problemi. Il sintomo alimentare può convogliare l’attenzione della famiglia, unendola intorno a un problema medico per evitare che emergano altre fratture (ad esempio una crisi di coppia).
- Alte aspettative e perfezionismo: in ambienti in cui il valore personale è legato al successo o all’apparenza, il corpo e il peso diventano il terreno su cui dimostrare la propria perfezione o esprimere il proprio fallimento.
Il Sintomo come comunicazione del disagio
In molti contesti disfunzionali, il disturbo alimentare assume una forte valenza comunicativa:
- Il corpo che parla: quando l’espressione verbale delle emozioni (rabbia, dolore, bisogno di aiuto) è scoraggiata, il corpo diventa l’unico canale disponibile per urlare un disagio profondo o per richiedere indirettamente cura e attenzione.
Psicoterapia e approccio psicosomatico
Proprio perché la famiglia gioca un ruolo chiave, la psicoterapia, in particolare l’approccio psicosomatico e sistemico-relazionale, non si concentra solo sul singolo paziente ma sull’intera famiglia.
- Coinvolgimento attivo: i genitori non vengono “colpevolizzati”, ma guidati a comprendere come certe dinamiche si possano trasformare in una risorsa fondamentale per la guarigione.
- Ristrutturazione dei confini: la terapia mira a favorire una sana differenziazione tra i membri, permettendo all’adolescente di esprimersi senza paura di rompere l’equilibrio.
L’approccio psicosomatico, che considera insieme fattori biologici e psicologici, è quello che porta maggiormente alla risoluzione del problema e alla guarigione completa.

