Differenze meditazione egizia e tantrica

Di Graziano Misuraca

Acceso il nostro calderone è tempo di meditare, onde far salire la nostra energia ai livelli più alti del nostro essere.

Nel corso del tempo, gli iniziati di ogni paese hanno fatto in modo di comunicarci le loro esperienze in merito, senza mai nascondere nulla. Anzi, invitando il più delle volte le persone di buona volontà a seguire i loro passi.

Chi crede (ma non sa) il contrario è spesso persona sprovveduta e pigra che mal sopporta il dover lavorare su di sé. Vuoi per incompletezza animica o ego troppo grande.Due grandi linee si dipanano di fronte il praticante ed entrambe hanno la loro ragion d’essere.

La prima, la meditazione egizia vede il praticante accettare di buon grado il viaggio e dichiarare ad alta voce che tale cammino non è un onere ma un onore. Nelle prime nove formule del libro egiziano dei morti, il praticante scopre di essere stato “giustificato”, cioè, chiamato a essere uno dei protagonisti del grande equilibrio cosmico. Questo difende il libro dai malintenzionati. Chi non è giustificato può recitare le formule tutte le volte che vuole ma non otterrà effetti. I suoi comandi non si diffonderanno come vento che modella le montagne. Al giorno d’oggi, quindi, se non vi è un sogno o una sincronicità che indica il fatto che il libro ci ha scelti, è inutile averne una copia. Chi invece è giustificato, già dalla prima formula comincerà a ricordare di essere sempre stato lì, a fianco di Osiride. Innalzare l’energia, qui, è erigere lo djed. Così il praticante può dire a ragion veduta: “Io sono Djed figlio di Djed concepito e nato nello Djedu”.

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Diverso il caso del tantra. In quel caso non si innalza lo djed ma si risveglia la kundalini. Questo perché, per il praticante egizio innalzare la colonna di Osiride è garantire stabilità al cosmo. Per il praticante tantrico, studiare sul Bahirava tantra, è percepire che il centro del cosmo è un vuoto e questo vuoto è carico di energia, la ragion d’essere del nostro universo. Qui non abbiamo formule, ma un apparente elenco di tecniche. Questo fa sì che il praticante superficiale veda ciò come un manuale, fallendo miseramente. Qui la lettura tende al risveglio della conoscenza sepolta nel nostro mondo interiore. Qui la tecnica non è pratica ma un risvegliare la stessa, che già da secoli conosciamo, altrimenti il libro non sarebbe tra le nostre mani.È chiaro che il nostro livello di pratica spirituale deciderà se dovremo riscoprire una tempra egiziana in questa incarnazione oppure intuire cosa fa girare la ruota di questo universo, producendo forme continue che andranno trascese.