Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo: la scure della censura sugli anime e il panico morale in Italia

di Gabriele Naccarato

C’è stato un tempo — e non è così lontano — in cui l’Italia ha deciso che i bambini dovessero crescere senza sapere nulla. Nulla del corpo, nulla dell’amore, nulla della morte, nulla della storia, nulla della complessità umana. E per farlo ha usato lo strumento più potente che aveva: la censura televisiva.

Infatti negli anni ’90 e 2000, mentre il Giappone produceva “anime” capaci di parlare ai ragazzi con una profondità psicologica e pedagogica che la nostra nazione non ha mai avuto, l’Italia li importava e li stravolgeva. Solo per proteggere un’idea antiquata di infanzia: pura, ingenua, inconsapevole. Un’idea che non è mai stata dei bambini, ma degli adulti.

Il tabù del corpo e l’identità negata: da Slayers a Sailor Moon

In Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo per Rina, la protagonista perde i poteri durante il ciclo mestruale: un messaggio naturale, educativo, perfino rivoluzionario. In Italia diventa una “misteriosa malattia”. Perché la parola “mestruazioni” non poteva essere pronunciata in un cartone. Lo stesso meccanismo che portò La Stampa, il 12 aprile 1997, a titolare indignata: “Temi d’amore fra i banchi di scuola: cartoni troppo spinti per i bambini”. Il problema? Una scena in cui si parlava… del ciclo.

La censura italiana non si ferma al corpo ma colpisce anche l’identità. Sailor Uranus e Neptune, coppia lesbica, diventano “migliori amiche”. Le Sailor Starlights, uomini che si trasformano in donne, diventano donne e basta, spuntate fuori da un’altra dimensione per coprire la trasformazione. Zacar e Occhi di Pesce, personaggi maschili effeminati, vengono trasformati in donne. Perché l’omosessualità non era considerata “adatta ai minori” e nel frattempo il 3 ottobre 1995 Il Giornale titolava: “Sailor Moon fa diventare i bimbi femminucce”. Un panico morale che oggi fa sorridere, ma che allora ha plasmato un’intera generazione.

L’annullamento della complessità: Lady Oscar e Rossana

E poi c’è Lady Oscar. In Giappone è un’opera che parla di identità, ambiguità di genere, libertà personale e storia. Oscar è una donna cresciuta come uomo, generale combattente amata da uomini e donne, e oggetto di un’attrazione sottile e complessa da parte di Maria Antonietta. In Italia diventa “Madamigella Oscar”, un titolo che annulla l’ambiguità, e l’intera componente queer viene rimossa. Maria Antonietta non può provare attrazione per Oscar, Oscar non può essere letta come figura gender non conforme. Troppo pericoloso.

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L’incessante scure della censura arriva anche su Rossana. Nell’originale, la madre ha 14 anni, abbandona la figlia che viene trovata in un parco da colei che diventerà la madre adottiva. In Italia la madre biologica diventa una donna di 24 anni che ha perso la memoria a causa di un incidente. E la scena più importante della serie — quella in cui Eric chiede a Rossana di ucciderlo, convinto di essere responsabile della morte della madre perché ella morì dandolo alla luce — viene completamente eliminata. Troppo intensa, troppo reale.

In Rosa Alpina sparisce ogni riferimento alla Seconda Guerra Mondiale, ritenuto argomento troppo spinoso. In Una porta socchiusa ai confini del sole, il finale viene riscritto per evitare la morte della principessa. Come se la morte non esistesse nella vita reale dei bambini.

Il paradosso della TV commerciale e il ruolo del MOIGE

Ed è qui che il quadro diventa ancora più inquietante. Perché mentre gli anime venivano tagliati, riscritti, ripuliti, la TV italiana trasmetteva senza problemi contenuti ben più problematici. La violenza gratuita dei reality, l’umiliazione trasformata in spettacolo, il corpo femminile esibito come merce, il bullismo normalizzato, il conflitto usato come intrattenimento: tutto questo era considerato accettabile. Non c’era alcuna preoccupazione pedagogica, nessun timore per la sensibilità dei minori.

Ma quando si trattava di mestruazioni, identità di genere, amore, storia, lutto, traumi, complessità emotiva — tutto ciò che avrebbe potuto educare davvero — allora scattava la censura. Come se la realtà fosse più pericolosa della finzione. Come se la verità fosse più traumatica della superficialità.

Il MOIGE non aveva potere legale per censurare. Non poteva imporre tagli, non poteva obbligare Mediaset o l’AGCOM a intervenire. Ma aveva un potere diverso: quello mediatico. Negli anni 2000 pubblicò diversi comunicati contro anime ritenuti “troppo violenti” o “troppo sessualizzati”. Nel 2003 criticò Dragon Ball per “modelli diseducativi”. Nel 2008 attaccò Naruto per “eccessiva violenza”. Nel 2010 segnalò One Piece come “inadatto ai minori”. Non sono molti episodi, ma sono stati amplificati dai media, creando un clima di panico morale che spinse Mediaset ad autocensurarsi ancora di più. Il MOIGE non tagliava, ma alimentava la paura influenzando l’AGCOM e quindi Mediaset.

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E alla fine veniva meno anche l’indignazione nazionale come successe contro le accuse delle censure di alcuni anime o contro la censura del bacio in “I segreti di Brokeback Mountain” (dove sia la Mediaset che la Rai dovettero “scusarsi pubblicamente”, ma senza nessuna ripercussione legale).

Dall’autocensura televisiva all’educazione sessuo-affettiva oggi

Oggi, quando si cerca di eliminare l’educazione sessuo-affettiva dalle scuole, non stiamo assistendo a qualcosa di nuovo. È la stessa mentalità di allora: la stessa paura del corpo, dell’identità, della complessità, della verità. Le stesse persone che ieri volevano bambini inconsapevoli davanti alla TV oggi li vogliono inconsapevoli anche a scuola.

Ma l’educazione sessuo-affettiva non è un pericolo. È uno strumento. Spiega ai giovani che No significa No contro violenza e abusi. Insegna l’amore in tutte le sue forme. Parla di contraccettivi, di rispetto, di empatia verso gli altri e verso la famiglia. Insegna l’amore per gli animali, l’etica, la sensibilizzazione contro la violenza di genere e il cyberbullismo. È ciò che serve per crescere, non ciò da cui proteggersi.

Ma nonostante tutto, nonostante le mutilazioni, nonostante le paure degli adulti, i ragazzi hanno continuato a vedere. Hanno continuato a capire. Hanno continuato a crescere. Hanno continuato a cercare la verità nei frammenti che erano rimasti. Per questo io credo in loro. Credo nella loro capacità di rompere e di nominare con forza ciò che è stato nascosto. Credo nella loro lucidità, nella loro sensibilità, nella loro fame di verità.

Ragazzi io credo in voi.