“Bevi, Rosmunda, dal teschio di tuo padre”: la tragica fine di Alboino tra storia e leggenda

di Daniele Castrizio

«Bevi, Rosmunda, dal teschio di tuo padre» (parodia giovanile di Achille Campanile).

Poche frasi della storia altomedievale possiedono la forza drammatica di queste parole. Secondo il racconto di Paolo Diacono, il più importante storico dei Longobardi, esse segnarono l’inizio di una delle più celebri tragedie dell’Europa barbarica: una vicenda di sangue, vendetta e tradimento che ancora oggi conserva la potenza di un dramma shakespeariano.

Il protagonista è Alboino (circa 530-572), il grande sovrano che guidò i Longobardi dalla Pannonia alla conquista dell’Italia nel 568 d.C., fondando un regno destinato a durare oltre due secoli. (Nella figura 1 un tremisse imitativo del tempo di Alboino, fittiziamente in nome di Giustino II).

Guerriero audace e condottiero vittorioso, Alboino aveva sconfitto i Gepidi e ucciso in battaglia il loro re Cunimondo. Come segno della sua vittoria, secondo un’antica consuetudine barbarica, fece trasformare il cranio del nemico in una coppa da banchetto.

Il banchetto fatale di Verona

La tragedia si consumò a Verona. Alboino regnava ormai da tre anni e sei mesi sull’Italia conquistata quando, durante un convivio particolarmente allegro, ordinò che fosse portato del vino alla moglie Rosmunda proprio nella coppa ricavata dal cranio del padre. La invitò persino a brindare «lietamente» con lui (figura 2).

Paolo Diacono, consapevole dell’incredulità che un simile episodio poteva suscitare, afferma di aver visto personalmente quella coppa nelle mani del re longobardo Ratchis, che ancora la mostrava agli ospiti durante i suoi banchetti. Per lo storico, dunque, non si trattava di una leggenda ma di un fatto autentico.

Rosmunda, figlia di Cunimondo, rimase sconvolta. L’umiliazione pubblica si trasformò in un odio implacabile: da quel momento maturò il proposito di vendicare il padre e uccidere il marito. Figura tragica e affascinante, Rosmunda avrebbe conosciuto nei secoli una fortuna letteraria straordinaria. La sua vita, intrisa di passione, violenza e barbarie, ispirò molte opere letterarie, divenendo uno dei grandi archetipi della donna vendicatrice.

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L’inganno di Rosmunda e il complotto contro il Re

Per realizzare il suo piano, la regina coinvolse Elmichi, fidatissimo collaboratore del re, facendolo diventare suo amante (figura 3). Questi era lo schildpor o schildträger, il portatore dello scudo regale, una sorta di scudiero personale del sovrano; ma soprattutto era fratello di latte di Alboino, legato a lui da un vincolo quasi familiare. Proprio questo rende il suo tradimento ancora più grave.

Elmichi convinse Rosmunda a coinvolgere anche Peredeo, uomo di straordinaria forza fisica. Questi, tuttavia, si rifiutò inizialmente di partecipare al complotto. La regina allora escogitò un inganno:

  1. Sapendo che Peredeo frequentava una sua ancella, ne prese il posto nel letto.
  2. L’uomo, ignaro, giacque con lei.
  3. Solo dopo, Rosmunda gli rivelò la propria identità e lo mise davanti a una scelta terribile: uccidere Alboino oppure essere ucciso da lui per aver disonorato la regina.

Intrappolato da quell’inganno, Peredeo accettò.

La morte di Alboino: una fine miserabile

Il giorno stabilito, mentre il re riposava nel pomeriggio, Rosmunda ordinò il silenzio assoluto nel palazzo, fece rimuovere le armi e legò la spada di Alboino al letto affinché non potesse essere estratta.

Quando Peredeo entrò nella stanza per compiere il delitto, il sovrano si svegliò di soprassalto. Intuì immediatamente il pericolo e cercò la spada, ma invano. Afferrò allora uno sgabello e tentò disperatamente di difendersi (figura 4).

Fu una fine miserabile per un guerriero che aveva sconfitto interi popoli. Paolo Diacono commenta amaramente che l’eroe valoroso cadde:

«…per l’intrigo di una sola donnetta».

La fuga a Ravenna e il contrappasso dei congiurati

Dopo il regicidio, Elmichi cercò di impadronirsi del trono e regnò insieme a Rosmunda per appena tre mesi. Ma i Longobardi, indignati per la morte del loro re, volevano vendetta. I congiurati furono costretti a fuggire nottetempo a Ravenna, capitale bizantina, portando con sé la figlia di Alboino, Albsuinda, e il tesoro reale.

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Qui entra in scena Longino, prefetto bizantino di Ravenna. Egli iniziò a corteggiare Rosmunda e la convinse a eliminare Elmichi promettendole nozze e potere. La regina accettò.

Un giorno portò all’amante una coppa avvelenata, fingendo che contenesse una medicina. Elmichi ne bevve una parte, ma comprese l’inganno. Estratta la spada, costrinse Rosmunda a bere il resto del veleno (figura 5). Così i due amanti morirono insieme, vittime della stessa rete di tradimenti che avevano tessuto. Paolo Diacono vede in questa conclusione il giudizio della Provvidenza.

La fine di Peredeo: come un Sansone barbarico

Anche Peredeo ebbe una sorte degna di una saga. Rifugiatosi a Ravenna e poi trasferito a Costantinopoli, stupì la corte imperiale uccidendo un leone durante uno spettacolo pubblico. La sua forza suscitò però timori e l’imperatore ordinò che fosse accecato.

Privato della vista, Peredeo cercò vendetta: nascose due pugnali nelle maniche e chiese di parlare all’imperatore. Al suo posto si presentarono due patrizi, che egli uccise sul colpo. Solo dopo questa estrema rivalsa fu probabilmente messo a morte.

La sua vicenda richiama da vicino quella del biblico Sansone che, accecato dai Filistei, riuscì ugualmente a vendicarsi dei suoi nemici. Così termina una delle storie più fosche dell’Alto Medioevo.