Di Daniele Castrizio
Dal mito greco conosciamo la straziante storia di Achille che, nel mezzo dei combattimenti della Guerra di Troia, si scontra contro Pentesilea, la regina delle Amazzoni, e la uccide. La scena, tramandata dalla tradizione epica post-omerica e divenuta uno dei nuclei simbolici più intensi dell’immaginario antico, non si esaurisce tuttavia nell’atto eroico della vittoria. Secondo il racconto, infatti, Achille, mentre colpisce mortalmente Pentesilea con la spada, si innamora perdutamente di lei, nel momento stesso in cui le toglie la vita. L’amore nasce nell’istante della morte, in una sovrapposizione tragica di Eros e Thanatos che ha profondamente colpito la sensibilità greca e, in seguito, quella romana.Questa leggenda è carica di poesia e invita a riflettere sulle caratteristiche distruttive di Eros, forza irrazionale e irresistibile, capace di travolgere anche il più grande degli eroi.
Non è un caso che sappiamo come lo stesso Alessandro Magno avesse sullo scudo l’immagine di Achille con Pentesilea: il conquistatore macedone si riconosceva nel modello acheo e nella sua tensione tragica, in cui la gloria militare si accompagna a una profonda lacerazione interiore.

Il mito di Pentesilea si intreccia inoltre con la storia della Magna Grecia. Le fonti ricordano infatti Kleta, fondatrice di Kaulonìa nell’attuale Calabria, come nutrice della stessa Pentesilea. Questo legame proietta la saga amazzonica nello spazio coloniale dell’Occidente greco, confermando come il mito non fosse percepito come racconto remoto, ma come patrimonio vivo, capace di radicarsi nei contesti locali e di fondare identità e memorie collettive.Il mondo greco ci ha lasciato due moniti fondamentali, ripetuti ossessivamente in centinaia di immagini su vasi, rilievi e statue. Essi si manifestano soprattutto nelle raffigurazioni dell’Amazzonomachia e della lotta tra Lapiti e centauri.
La lotta tra Greci e Amazzoni si riferisce a diversi episodi mitici: allo scontro tra Eracle e Ippolita, dalla quale l’eroe doveva sottrarre la cintura , a quello tra Teseo e Pentesilea, fino alla celebre battaglia tra Achille e Pentesilea.

In questi scontri, soprattutto nelle versioni magnogreche, le Amazzoni sembrano talvolta prevalere, ribaltando l’ordine consueto e accentuando la forza perturbante del femminile armato.

La battaglia tra Lapiti e centauri prende invece le mosse dal matrimonio tra il lapita Piritoo e Ippodamia. Durante le nozze, i centauri, dopo aver bevuto smodatamente vino e aver perso il controllo di sé, tentarono di violentare le donne lapite, scatenando la violenta reazione dei presenti.
Nel frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia, l’empietà dei centauri è sanzionata dallo stesso Apollo, che con il braccio teso ordina ai Lapiti di punire i colpevoli, ristabilendo l’ordine violato.

Questi due moniti sono rivolti tanto agli uomini quanto alle donne. Ai maschi si chiede di non cedere alla natura bestiale, di non trasformarsi in animali, soprattutto quando sono in preda ai fumi dell’alcool e della hybris. Le donne, invece, sono ammonite a non imitare il modello violento maschile e a non “diventare maschi” attraverso la guerra e l’aggressività. In queste storie, trasmesse di generazione in generazione, si perpetua il principio del to medèn àgan, il “niente di troppo” della filosofia ellenica, che indica la ricerca costante dell’armonia, della misura e della padronanza di sé come fondamento dell’umano.

