di Marco Signorile
Ci sono brand che nascono da un’intuizione ed altri che nascono da un viaggio. A volte, però, prima ancora del viaggio, esiste uno spostamento più silenzioso, quello interiore.
Liva Ramanandraibe, fin dalle prime parole, non parla di mercato, strategie o prodotto. Parla dell’Italia. Ne parla con una stima che non ha nulla di formale, quasi con riconoscenza. L’Italia, racconta, non è stata soltanto una destinazione professionale, ma un luogo di appartenenza, un Paese capace di attrarlo per il suo calore, per la sua bellezza, per quella combinazione rara di estetica e umanità che, da sempre, definisce il nostro immaginario culturale.
Quando arriva, quindici anni fa, non esiste alcuna garanzia di successo. Esiste solo una visione. E una materia: la raffia.
All’epoca, un materiale marginale, poco raccontato, spesso associato a un’estetica semplice, essenziale, talvolta persino ingenua. Eppure Liva decide di crederci. Prende un’auto, parte dalla Francia, attraversa l’Italia. Non alla ricerca di visibilità, ma di possibilità. “L’Italia è il Paese della moda”, gli aveva suggerito un amico.
Il viaggio diventa lungo, ostinato, a tratti scoraggiante. La bellezza del prodotto non basta. I negozi osservano, apprezzano, ma esitano. Rischiare su un materiale poco conosciuto non è una scelta scontata. Così chilometri, incontri, tentativi. E nessun risultato davvero significativo.
Fino a quando, pensando quasi di interrompere quell’esperienza e tornare in Francia, Liva fa una sosta: Portofino. Un luogo che nella geografia italiana è già racconto, immagine, simbolo. È lì che avviene lo scarto. Un negozio specializzato in prodotti di nicchia. Un incontro. La proprietaria accetta di esporre tre pezzi. Solo tre.
Ma a volte, nella storia di un progetto, basta un varco minimo per cambiare la traiettoria di tutto.
Da quel momento, IBELIV comincia davvero a esistere. Non come semplice marchio, ma come costruzione progressiva di una visione internazionale radicata, però, in un’origine precisa: il Madagascar.

Da due persone si è arrivati a coinvolgerne oltre quattromila. Non una crescita industriale nel senso classico del termine, ma un’espansione umana fatta di comunità, formazione, indipendenza economica e relazioni. E soprattutto futuro.
Perché il progetto di Liva non si limita alla produzione. Investe nelle scuole, nell’istruzione, nei bambini. Non come gesto accessorio, ma come struttura portante della visione. È lì che si costruisce la vera continuità. È lì che l’idea di impresa diventa idea di famiglia.
Molti collaboratori si sono incontrati proprio grazie a questo sistema. Hanno creato legami, vite condivise, storie che si intrecciano esattamente come la raffia che lavorano ogni giorno. E dentro questo racconto emerge un principio chiaro: IBELIV non chiede contrasti eccessivi, non cerca l’esagerazione, non rincorre l’enfasi. Propone una visione estetica universale, misurata, essenziale.
Una filosofia che nasce anche dal legame profondo con il Madagascar e con la sua gente. “Questo mi rende ancora più umile”, racconta Liva. “Perché qui le persone mettono tutta la loro energia, il loro cuore nel lavoro.”

IBELIV, allora, smette definitivamente di essere solo un brand. Diventa una filosofia dell’essere umano, dell’essere giusti, dell’essere coerenti. Forse è anche per questo che oggi il marchio è presente in oltre 800 negozi nel mondo. Non semplici partner commerciali, ma interlocutori fedeli di una visione condivisa.
E poi, inevitabilmente, si torna alla materia.
Perché la raffia, in IBELIV, non è solo materiale. È gesto, tempo, relazione. “Va trattata con amore e pazienza.” Una borsa richiede almeno una settimana di lavoro. Non è una scelta stilistica, ma una necessità naturale.
Ogni intreccio porta con sé attenzione, presenza, ascolto. Gli artigiani vengono formati, certo, ma prima ancora compresi, rispettati, valorizzati. In un sistema dominato dalla velocità, IBELIV rivendica la lentezza, non come limite ma come condizione necessaria alla qualità.
Dentro questa filosofia si inserisce uno dei passaggi più affascinanti del percorso creativo del brand: la Black Line.

La raffia, materiale naturale per eccellenza, incontra il nero profondo. Non è soltanto una questione estetica, ma una dichiarazione di visione. Il nero, qui, non è copertura. È interpretazione. È il segno di una maturità progettuale costruita in anni di ricerca, sperimentazione, studio della materia. Perché solo dopo aver compreso profondamente un materiale si può osare di trasformarlo.
E poi emerge un concetto ancora più sottile: gli oggetti che invecchiano.
Le creazioni IBELIV non sono pensate per consumare una stagione, ma per attraversare il tempo, trasformarsi, evolvere, diventare memoria. Quando un oggetto smette di essere moda e diventa esperienza? Forse proprio lì, dove il tempo non è più nemico del prodotto, ma suo alleato.
C’è poi il momento più rivelatore, quello in cui il pubblico si avvicina al prodotto.
M.S. — “Cosa succede quando una cliente tocca per la prima volta una creazione IBELIV?”
L.R. — “Succede sempre la stessa cosa. Si fermano. La guardano. La accarezzano.”
Poi arriva, inevitabile, la domanda: “È davvero raffia?”
Una frase che contiene tutta la storia. Perché quando la mano, il tempo e la visione coincidono, la materia smette di essere materiale. Diventa esperienza. E ricorda qualcosa che la moda, talvolta, rischia di dimenticare: che la leggerezza, per essere autentica, ha bisogno di tempo.


