Le modelle Gen Z. Quando la bellezza smette di chiedere consensodi Marco Signorile

di Marco Signorile

In queste settimane la moda ha attraversato Milano e Parigi, lasciando dietro di sé segnali chiari e nuove direzioni. Tra passerelle, collezioni e nuovi sguardi, diventa naturale fermarsi un attimo su ciò che cambia davvero.

Perché oggi non si può parlare di fashion system senza guardare alle nuove generazioni. Le modelle Gen Z non sono più semplici “manichini”: portano identità, personalità, presenza.

E frequentando le sfilate da tempo, si percepisce un’evoluzione evidente, soprattutto nei brand più giovani: sempre più prêt-à-porter, sempre più stile reale, sempre più moda pensata per essere vissuta, non solo ammirata.

Le modelle Gen Z non cercano approvazione.
Lasciano il segno.

Non è solo una nuova stagione di casting, né una semplice rotazione di volti sulle passerelle. È qualcosa di più sottile e potente: un cambio di linguaggio. Perché oggi la moda non chiede soltanto corpi perfetti, ma presenze. Personalità. Storie.

La nuova generazione di top model è cresciuta con Instagram e TikTok, ma soprattutto con una consapevolezza diversa: quella di chi non vuole essere soltanto “musa”, ma voce. Le modelle Gen Z non indossano abiti: interpretano identità.

Anok Yai, magnetica e fiera, è diventata iconica non solo per la sua bellezza ultraterrena, ma per ciò che rappresenta: la seconda donna nera dopo Naomi Campbell ad aprire una sfilata Prada, un volto che ha trasformato la passerella in dichiarazione.

Alex Consani è l’emblema del nuovo glamour: modella e creator, ironica e dissacrante, prima donna trans a vincere il premio “Model of the Year” ai Fashion Awards di Londra. Il suo successo non è un’etichetta, è un segnale: la moda sta cambiando pelle.

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E poi c’è Ugbad Abdi, prima modella a sfilare con l’hijab per maison come Fendi e Lanvin. Con lei, la rappresentazione diventa gesto estetico e culturale insieme: la diversità non è più “tema”, è presenza reale.

Il punto è proprio questo: le nuove top model non cercano consenso. Non puntano alla perfezione artificiale del passato. Portano in scena qualcosa di più autentico, più umano. Cadono, sorridono, si rialzano — come Mona Tougaard che ha trasformato l’incubo di ogni runway (l’inciampo) in un momento di autoironia.

E intanto il pubblico cambia: i social amplificano tutto, ma soprattutto amplificano le personalità. Una copertina genera engagement non solo per il volto, ma per ciò che quel volto racconta.

La rivoluzione Gen Z non riguarda solo l’estetica. È un nuovo modo di vivere la moda: inclusivo, narrativo, espressivo.
Non più modelle come statue.
Ma come protagoniste.

Perché oggi, sulla passerella, non sfila solo un abito.
Sfila un’identità.

📌 Tre volti Gen Z da seguire

Anok Yai — Alex Consani — Ugbad Abdi