IL CIRCOLO KARL MARX

di Michele Minisci

Dopo una lunga serie di sopralluoghi – siamo agli inizi del 1981 – individuai il «Karl Marx», in viale Matteotti, un circolo Arci con una piccola discoteca in disuso, e dopo un primo abboccamento con i «compagni responsabili del Circolo», cosa in verità alquanto facile per me dato che in quel periodo facevo il corrispondente de «L’Unità», e il successivo benestare del Consiglio, decidemmo di partire con una serie di iniziative: concertini, mostre di pittura e fotografiche, feste, performances di poeti e scrittori, tutti rigorosamente indigeni e conoscenti.

Lo chiamammo «Laboratorio Musica» e il manifesto lo ideò Cristina, brava e bella disegnatrice e acquarellista, artista sottovalutata, anche da se stessa. Un bellissimo manifesto che conservo ancora, con i disegni delle diverse discipline artistiche che volevamo sviluppare; come logo riportava la silhouette di una bellissima ragazza che doveva rappresentare la creatività assoluta, la libertà di espressione, di passione, di sfrontatezza, con un seno scoperto che i dirigenti bigotti di allora della Casa del Popolo… ci intimarono di coprire.Incredulità da parte di Cristina e nostra, ma c’era già stato un illustre precedente.

Le prime iniziative furono molto apprezzate, tra il quartetto jazz di Marietto, Pigi, Riccardino e Gigi, le canzoni d’autore che strimpellavamo io, Renzino e Angelo e qualche altro amico fissato con Guccini, De Gregori e De Andrè. Ma il boom venne quando entrò a far parte della squadra anche Mary, la fidanzata di Charles Iavarone, un giocatore di basket italo-americano che militava nelle fila della Jolly Colombani, allora in serie A. Mary sapeva suonare la chitarra e aveva una bellissima voce, e feci carte false per convincerla a suonare nel nostro piccolo club. Le struggenti note di Mary e la sua voce suadente, un misto di Joni Mitchel e Joan Baez, fecero esplodere il Karl Marx. E noi diventavamo sempre di più.Fu un periodo selvaggio: non facevamo alcun biglietto d’ingresso, non avevamo alcuna tessera, non avevamo permessi Siae, tutto era fatto nella più totale anarchia e nella più generale improvvisazione. Forse eravamo indirettamente influenzati dalle origini anarcoidi e jazzistiche di alcuni del gruppo.

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Tutti suonavano e lavoravano gratis. Le nostre poche entrate, per pagare il pur esiguo affitto o un minimo di impianto voci, venivano da un minuscolo bar all’interno del club, con due baristi d’eccezione, si fa per dire, Vero e Cristina, e… dalle nostre tasche.In città si cominciò a parlare di questo locale, era il primo club a fare musica jazz e folk americana dal vivo in Romagna, in maniera continuativa, a cadenza settimanale, e aggregava sempre più gente che partecipava e si divertiva.

Finché una notte, inspiegabilmente, improvvisamente, scoppiò un incendio che mise fuori uso il nostro piccolo mixer, le due casse e le tre spie. E bloccò momentaneamente il nostro sogno, la nostra passione, la nostra voglia di stare insieme e di suonare. Fotografia forse rappresentativa, anche questa, di ciò che sarebbero stati gli anni Ottanta. E allora, tutti d’accordo, ci prendemmo un po’ di tempo per riflettere e riorganizzare le idee.Quando si stavano spegnendo gli echi di quel po’ po’ di movimento che avevamo creato in città, mi arriva la telefonata di Osman Leoni, Segretario dell’Arci provinciale, la potente «associazione ricreativa e culturale» di sinistra, che mi chiede un incontro.In pratica l’Arci vuole organizzare concerti per l’estate coinvolgendo in una prima fase tutti i gruppi musicali della città, e poi vuole tentare di alzare il tiro organizzando una grossa rassegna di jazz italiano. E per questo ha bisogno di gente esperta, fidata e appassionata. E stava pensando a me.

Incominciò così la mia collaborazione con l’Arci e mi diedi subito da fare per organizzare «Rocca Rock», il primo festival di rock cittadino alla Rocca di Caterina Sforza, chiusa da anni, infestata dalle erbacce, aperta alla città e resa «viva» da noi per la prima volta per fare dei concerti. Tra i gruppi selezionati ci sono gli MMD, tra cui quel Michele Centonze diventato poi il chitarrista ed arrangiatore di Jovanotti, e i fratelli Sabiu, Marco e David, diventati poi i produttori ed arrangiatori, specialmente Marco, che iniziò a lavorare con i Take That, Tanita Tikaram, e altri, dopo il suo trasferimento a Londra.La rassegna fu un successo e convinse l’Arci ad andare avanti e ad organizzare, per l’estate successiva, una rassegna di jazz italiano.Così nacque la prima «Rassegna di Jazz Italiano» al Pattinodromo Comunale, con Enrico Rava, Franco D’Andrea, Massimo Urbani, purtroppo scomparso alcuni anni dopo, e gli Area. Era l’estate del 1982.

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Sulla scia di queste iniziative saltò fuori l’idea di organizzare collateralmente, per l’estate successiva, una rassegna nazionale, sotto forma di concorso per gruppi jazz emergenti.