Premessa
Il racconto che si appresta a leggere è la possibile storia di un prezioso libro, dal 2015 patrimonio dell’UNESCO (nella sezione documenti), custodito nel Museo Diocesano e del Codex di Corigliano Rossano (CS). Il Codex Purpureus Rossanensis è un evangeliario composto da 188 fogli di pergamena, scritto in greco antico con caratteri maiuscoli vergati in oro e argento; contiene quasi per intero i Vangeli di Marco e Matteo, quindici tavole miniate e una lettera di Eusebio di Cesarea a Carpiano, presumibilmente del V-VI secolo, scritto, forse, in Medio Oriente. Il mio libro, Il viaggio del Codex (Falco Editore), fornisce delle versioni romanzate della storia del Codex Purpureus Rossanensis per rispondere alle tante domande che da anni gli studiosi si pongono sull’evangelario: quando è stato scritto? Dove? Da chi? Perché? Chi l’ha commissionato? Quando e perché è giunto a Rossano? Il libro è una storia a bivi in cui espongo 4 ipotesi per rispondere all’ultima domanda, di cui 3 teorizzate dagli studiosi e una ideata da me per raccontare un evento accaduto realmente a Rossano.
Alcune delle vicende narrate sono accadute realmente, ma sono state opportunamente rivisitate e adattate per i lettori a cui è dedicato questo libro.Quello che si appresta a leggere è tratto dal quarto capito del libro, in cui racconto l’ipotesi ideata dal prof. G. Mercogliano, secondo cui il codice sarebbe stato portato a Rossano dagli imperatori del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone II e Teofano.
Teofano e Ottone II
Nel silenzio del castello di Aquisgrana, Ottone I il Grande sedeva pensieroso sul trono di pietra che fu di Carlo Magno. Il suo sogno di ricreare quell’antico, immenso impero era ormai a un passo dalla realtà, eppure qualcosa ancora mancava all’appello: il Sud Italia.Il suo sguardo correva verso quelle terre lontane: i themi di Langobardia e Calabria, ancora fedeli all’Impero d’Oriente, e la Sicilia, roccaforte araba. Come farle sue? “Un’altra guerra costerebbe troppo sangue e troppe ricchezze” rifletteva tra sé. La forza bruta non era la risposta. Per unire l’Italia serviva un’arma diversa, più sottile: l’arte della diplomazia.In quel momento, entrò il suo giovane erede, Ottone II. Senza dargli la possibilità di spiccicare una parola, lo fulminò con la sua voce autoritaria: «Caro figliolo, penso sia giunta l’ora che tu ti sposi!» In un attimo, al ragazzo si bloccarono le parole sulle labbra e le gambe al suolo! «Ho pensato che potremmo ottenere ciò che ci serve semplicemente con un bel matrimonio con una principessa bizantina» spiegò avvicinandosi al figlio e poggiandogli il suo poderoso braccio sulla spalla. «Non credi?».Il ragazzino, immobilizzato dall’autorità del padre, non riuscí nemmeno a pronunciare le parole che gli frullavano nel cervello: “Ma ho solo 13 anni!”. «Manderò i miei emissari a Costantinopoli e chiederò al basileus Niceforo II Foca di scegliere una principessa da farti sposare» continua a spiegare il suo piano al figlio. «Chiederò che lei porti in dote i territori bizantini dell’Italia meridionale. Che ne dici? Non è un’ottima idea? Niente guerre, niente spreco di uomini e di denaro; finalmente la pace tra i due imperi!»«Ma padre» provò a ribattere lui, «quelle regioni sono troppo importanti per i Bizantini, il basileus non ve le darà mai. Di sicuro Niceforo Foca vorrà qualcosa il cambio»«Bravo, figliolo! E noi glielo daremo. Il titolo di Basileus Ton Romaion, Imperatore dei Romani».
E così, dopo anni di trattative e mille peripezie, il grande disegno si compì. Era il 14 aprile del 972, una domenica ancora illuminata dalla gioia della Pasqua, quando i due giovani si ritrovarono finalmente a Roma, al cospetto di Papa Giovanni XIII, per unire i loro destini.La sposa era la principessa Teofano, di appena quattordici anni. Giunse scortata da un corteo sfarzoso, degno di una sovrana d’Oriente, e al suo fianco vegliava una figura preziosa: il saggio vescovo Giovanni Filagato, originario di Rossano, suo padre spirituale.

La dote che la ragazza portava con sé, dono del basileus, era immensa, tale da renderla in un sol colpo la donna più ricca e influente dell’intera Europa.Col passare del tempo, guidata dai consigli di Filagato, Teofano sbocciò in un’imperatrice colta e raffinata.Il destino, tuttavia, fece attendere i sovrani a lungo. Solo dopo la nascita di tre femmine e dieci anni di pazienza, arrivò finalmente l’agognato erede maschio: Ottone III. Il piccolo venne alla luce in circostanze straordinarie, proprio mentre la corte imperiale era in marcia verso il profondo Sud Italia.Non si trattava di un semplice viaggio, ma di una missione vitale: gli imperatori dovevano mostrare i propri stendardi in quelle terre per ribadire che appartenevano al Sacro Romano Impero. Quei territori, infatti, erano il cuore della dote nuziale di Teofano, un patto sacro scritto su pergamena che i nuovi basileus di Costantinopoli, con arroganza, cercavano ora di rinnegare.Fu un viaggio interminabile quello che li condusse dalle nebbie di Aquisgrana fino al sole di Rossano. Mesi di marcia faticosa, ma non c’era altra scelta: bisognava correre a sud per fare scudo contro l’avanzata dell’esercito saraceno. La minaccia era terribile e non riguardava solo quelle terre di confine: i guerrieri musulmani avevano un piano ben più ambizioso. Il loro obiettivo era risalire la penisola fino a Roma per colpire il Papa, sconfiggendo così il cuore stesso della cristianità.
L’ingresso a Rossano fu un trionfo: i cortigiani bizantini gioivano per aver finalmente lasciato il gelo del Nord, mentre i calabresi acclamavano gli imperatori come portatori di giustizia. Filagato l’aveva scelta come quartier generale con grande lungimiranza, perché non era solo una fortezza inespugnabile, le cui possenti mura romane non avevano mai ceduto agli assedi, ma splendeva di vita come una “piccola Costantinopoli”.Baciata da un clima dolce e ricca di botteghe artigiane, la città ospitava nobili famiglie e dotti monaci, custodi nei loro scriptoria di un’antica sapienza. Era un luogo dove tutto si mescolava, proprio come nei mercati d’Oriente: camminando tra la folla, le orecchie coglievano un mix affascinante di Kalimera, Salve, Shalom, Salam alek e Seyed gegrüßt, in una vivace armonia di popoli e lingue diverse. Qui, Teofano sembra ritornata bambina!
Gli imperatori erano giunti a Rossano anche per uno scopo preciso: difendere quelle terre dall’avanzata saracena.Per portare un raggio di luce nel buio della guerra, Teofano volle celebrare il battesimo del piccolo Ottone proprio lì, a Rossano. Fu una radiosa domenica d’estate: una folla immensa giunse da ogni dove, unendosi ai potenti del tempo per assistere a quell’evento unico e irripetibile.Con il fidato Filagato a fare da padrino, la liturgia fu affidata al venerato Padre Nilo, gloria della città. Tra le mani del futuro santo non c’era un libro qualsiasi, ma un tesoro degno di un imperatore: il Codex Purpureus. Teofano lo aveva portato in dote dall’Oriente, dono dello zio Giovanni I, affinché le parole sacre per il suo erede risuonassero da quelle antiche pagine tinte di porpora.L’esercito imperiale era sceso dal Nord come una marea inarrestabile, ingrossandosi lungo la via con soldati pronti a difendere la fede. Di fronte a tanta potenza, l’emiro Abū l-Qāsim tentò la ritirata, ma fu raggiunto a Capo Colonna il 13 luglio del 982. Quando l’emiro cadde nella polvere, i tedeschi credettero di aver trionfato e abbassarono la guardia.Fu un errore fatale. I Saraceni si riorganizzarono e sferrarono un micidiale attacco a sorpresa: in pochi istanti, il fiore della cavalleria imperiale venne falciato. Lo stesso Imperatore si trovò in trappola, salvandosi solo grazie alla prontezza del suo scudiero che gli indicò l’unica via di fuga: il mare. Senza esitare, Ottone si gettò tra le onde con il suo cavallo, nuotando disperatamente verso due navi bizantine che lo avrebbero riportato, salvo ma sconfitto, a Rossano. Nei giorni terribili della battaglia, Teofano e la sua corte non avevano mai smesso di pregare la Madonna Achiropita, implorando la salvezza per i cavalieri e i fanti partiti per il fronte. Quando finalmente vide tornare il suo amato sposo, scampato per miracolo alla morte, l’imperatrice lo strinse a sé tra le lacrime. Il suo cuore traboccava di gratitudine, non solo verso il Cielo, ma anche verso quella città che l’aveva accolta con tanto affetto. Per ringraziare la Vergine della protezione accordata, Teofano decise di sciogliere un voto solenne. Era sua abitudine donare preziosi vangeli ai monasteri più importanti dell’Impero, ma per la cattedrale di Rossano scelse il tesoro più grande che possedeva: il Codex Purpureus. Non un libro qualunque, ma proprio quel codice sacro che suo zio, l’imperatore Giovanni I, le aveva affidato come dote nuziale, lasciando così un segno eterno del suo passaggio in quella terra così cara.


