Di Marco Signorile
C’è un luogo dove le famiglie abitano davvero: non è la casa e non è la tavola delle feste. È lo spazio delle parole non dette, dei ruoli assegnati, delle frasi di circostanza. Jim Jarmusch lo racconta in Father Mother Sister Brother, un trittico di storie unite da un unico tema: l’illusione di conoscersi davvero.Tre episodi, tre Paesi – Stati Uniti, Irlanda, Francia – tre nuclei familiari che si sfiorano senza mai toccarsi del tutto.
Nel primo, due figli adulti mantengono un padre che li cerca solo quando ha bisogno di soldi. Si finge fragile, bisognoso di aiuto, ma usa quel denaro per i propri piaceri nascosti. Le scene in automobile – apertura e chiusura – hanno una forza teatrale che chiude il cerchio senza risolverlo.

Nel secondo episodio, in Irlanda, una madre scrittrice di successo incontra le due figlie. Si apparecchia una tavola e, insieme al tè e al caffè, scorrono soltanto conversazioni superficiali. Si ride, si scherza, ma non ci si dice niente di essenziale. Ognuna interpreta il personaggio che le è stato cucito addosso da sempre.
Nel terzo racconto, a Parigi, due gemelli ventenni perdono i genitori in un incidente aereo. Scoprono in quella perdita ciò che sospettavano da sempre: di non averli mai conosciuti davvero. Genitori sempre in viaggio, sempre altrove; figli uniti nel lutto, ma orfani da tempo. Perfino il dettaglio della loro nascita a New York emerge come una rivelazione tardiva.

A collegare i tre episodi non ci sono solo i legami di sangue, ma i gesti minimi: un Rolex forse vero o forse no, un gruppo di skater che attraversa la scena, e quell’insolita abitudine di brindare con acqua, tè o caffè. Bevande “neutre”, come se la verità, quando è troppo forte, avesse bisogno di essere diluita.Jarmusch firma tutto con la sua cifra poetica e laconica: lentezza ipnotica, dialoghi asciutti, lunghi silenzi che dicono più delle parole. Il cinema diventa teatro: i volti portano in scena il sottotesto, mentre i personaggi recitano il copione della loro famiglia – figli responsabili, madri geniali e lontane, sorelle rivali e complici insieme.Il cast è prezioso e mai gratuito: Charlotte Rampling, Tom Waits, Cate Blanchett, Vicky Krieps, Adam Driver, fino ai giovani interpreti dell’ultimo episodio.
Tutti diretti con misura, senza enfasi, in un equilibrio sospeso.Alla fine resta una sensazione semplice e pungente: le famiglie spesso funzionano così.Ci si ama, ci si evita, si sopravvive alle incomprensioni. Si riempiono i pranzi di parole leggere e si custodiscono nel silenzio le verità più scomode.Ho trovato il film curioso, intenso e profondamente teatrale. La recitazione è di altissimo livello, sostenuta da una regia che lavora nel sottovoce. Non urla, ma resta. E ci costringe a fare i conti con tutto ciò che, in famiglia, preferiamo non dire.


