Pitagora e Theanò

Il mondo greco e romano, con rare eccezioni come Sparta o Locri, è stato a lungo interpretato dagli storici moderni come profondamente maschilista. I nomi di donne capaci di emergere per talento e autorevolezza sono pochi e quasi sempre eccezionali: poetesse come Saffo, Corinna o Nosside. Proprio per questo risulta tanto più sorprendente la sostanziale parità di genere che caratterizzò la Scuola di Pitagora, una comunità filosofica che divenne una sorta di partito politico, capace di plasmare quello che noi, impropriamente, chiamiamo “impero di Sibari” e poi, altrettanto impropriamente, “impero di Crotone”, e che seppe infrangere pregiudizi sociali e culturali profondamente radicati.

Pitagora di Samo è una figura complessa, che aveva studiato in Oriente, e per questo era raffigurato con un turbante in testa, non limitabile con le definizioni di “filosofo”, “matematico”, “teorico della musica”, “leader religioso”, “capo politico” , e che considerava se stesso un semidio, come prova la statua che lo mostra nel momento in cui svela che la sua coscia destra era fatta d’oro .

Alla morte di Pitagora, la guida della Scuola non fu affidata a un discepolo maschio, ma a Theanò, sua moglie. Pitagora stesso l’aveva ritenuta la più meritevole per intelletto e capacità organizzativa. Secondo alcune fonti, Theanò era una delle diciassette allieve di Pitagora , e lui scelse di sposarla perché era la persona migliore che avesse mai conosciuto, proprio perché i Pitagorici non davano alcuna importanza al genere sessuale, ma al cuore e all’animo.

Del resto, sembra che tra i due ci fossero quarant’anni di differenza …La scelta per la successione di Theanò alla testa della Scuola non fu un caso isolato, giacché non fu l’unica donna a ricoprire un ruolo di primo piano, altro segno che nel pitagorismo la distinzione di genere perdeva gran parte del suo peso. Il mondo greco “esterno”, tuttavia, reagì con sospetto. Il pregiudizio sessista produsse una sistematica opera di screditamento, diffondendo la diceria secondo cui solo le etere si sarebbero dedicate alla filosofia e attribuendo a Theanò una letteratura fittizia, fatta di lettere su temi considerati banalmente “femminili”. Eppure, lo stesso Pitagora, secondo una fonte, era stato discepolo di una donna, Themistoklea, sacerdotessa di Apollo a Delfi; inoltre affidò alla figlia Damò la custodia dei propri scritti, gesto dal forte valore simbolico.Secondo Giamblico, le principali donne pitagoriche furono almeno diciassette, provenienti non solo dalla Magna Grecia, ma anche da Sparta, Argo e persino dalla Lucania. La lista infrange non solo il tabù sessista, ma anche quello “etnico”, mostrando l’esistenza di una koinè culturale dorica che univa Grecia continentale e Occidente, spesso ignorata dalle fonti ateniesi.Di Theanò ci sono pervenute sette lettere, tre delle quali considerate autentiche. Le lettere mostrano chiaramente l’ideale pitagorico della giusta misura tra eccessi e difetti: consigli sull’educazione dei figli, sull’armonia nella coppia, sul comportamento verso i servi. Non si tratta di un sapere minore o domestico, ma dell’applicazione concreta delle leggi cosmiche alla vita quotidiana.

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Nella tradizione, Theanò diventa l’emblema della donna sapiente, fedele e responsabile, attorno alla quale si consolida la famiglia come microcosmo ordinato. Di lei si ricorda una frase, che sancisce la sacralità del matrimonio: “È lecito per una donna che ha fatto l’amore con suo marito andare lo stesso giorno nei templi, ma mai se lo ha fatto con un estraneo”.Accanto a Theanò si collocano figure come Myia, figlia di Pitagora, o Ptolemais di Cirene, teorica della musica, fino alla straordinaria Timycha di Sparta, che preferì mutilarsi piuttosto che tradire i segreti pitagorici sotto tortura. Le donne pitagoriche non furono dunque semplici custodi della vita domestica, ma protagoniste di una filosofia vissuta, capace di tradurre l’ordine del cosmo nella dignità dell’esistenza umana.