di Piero Artuso
Negli ultimi anni il tema della sostenibilità è diventato centrale anche nel mondo del vino. I cambiamenti climatici, l’aumento della pressione delle malattie fungine e la necessità di ridurre l’impatto ambientale stanno spingendo ricercatori e viticoltori a cercare soluzioni innovative. In questo contesto si parla sempre più spesso di cultivar resistenti, ibridi resistenti (PIWI) e TEA, sigla che indica le Tecniche di Evoluzione Assistita. Si tratta di approcci diversi, ma accomunati dall’obiettivo di ottenere viti più robuste e più adatte alle sfide del presente.
Cosa sono le cultivar resistenti
Con cultivar resistenti si indica in generale qualsiasi varietà di vite che, grazie alla selezione o al miglioramento genetico, presenta una resistenza naturale a una o più malattie. È un concetto ampio che comprende sia le varietà ottenute con l’incrocio tradizionale, sia quelle nate dall’ibridazione con altre specie di Vitis, fino alle più moderne tecniche di evoluzione assistita. L’idea alla base è semplice: ridurre la dipendenza dai trattamenti fitosanitari e rendere la viticoltura più sostenibile senza rinunciare alla qualità del vino.
Gli ibridi resistenti: la via più antica e più consolidata
Tra le strategie per ottenere viti più robuste, quella degli ibridi resistenti, chiamati anche PIWI, è la più tradizionale. Nasce quando si fa incrociare la Vitis vinifera – la specie che dà origine ai vitigni classici europei – con altre specie americane o asiatiche, come Vitis riparia, labrusca, rupestris o amurensis. Queste specie extra-europee possiedono i cosiddetti geni R, che conferiscono resistenza naturale alla peronospora e all’oidio, due delle malattie più devastanti per la vite.
Il risultato del primo incrocio, tuttavia, non è quasi mai un vino elegante: i sentori “selvatici” sono frequenti. Per avvicinare la qualità aromatica agli standard della viticoltura europea si ricorre allora al backcrossing, cioè il reincrocio ripetuto dell’ibrido con una Vitis vinifera pura. È un po’ come filtrare un caffè: a ogni passaggio si elimina una parte della rusticità e si recupera finezza. Dopo quattro o sei generazioni si ottengono così varietà “quasi vinifere”, capaci però di mantenere la preziosa resistenza ai funghi.
Oggi gli ibridi resistenti sono una realtà sempre più presente nei vigneti europei. Tra i più conosciuti troviamo Solaris, Regent, Bronner, Cabernet Cortis, Soreli e Fleurtai. Il loro vantaggio principale sta nella possibilità di ridurre drasticamente – fino all’80–90% – l’uso di fitofarmaci, con ricadute positive sia sul piano ambientale sia su quello economico.

TEA: la frontiera biotecnologica
Accanto agli incroci tradizionali, la ricerca sta sviluppando nuove tecniche note come TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita). Si tratta di biotecnologie che sfruttano strumenti come l’editing genomico CRISPR per apportare modifiche mirate al DNA della pianta. A differenza degli OGM classici, non introducono geni estranei provenienti da organismi lontani o incompatibili: si limitano a correggere, eliminare o inserire sequenze che appartengono alla stessa specie o a specie strettamente correlate.
Dal punto di vista pratico, l’obiettivo è lo stesso della selezione tradizionale – ottenere piante resistenti, produttive e adattate ai cambiamenti climatici – ma con un enorme vantaggio: la rapidità. Ciò che richiede decenni con gli incroci può essere ottenuto in pochi anni grazie all’editing genetico. Le TEA, tuttavia, non sono ancora ammesse nei disciplinari dell’agricoltura biologica né in quelli della viticoltura convenzionale. Il dibattito legislativo e scientifico è aperto, e le future decisioni su brevettazione e regolamentazione determineranno se e come queste tecniche potranno entrare nella produzione vitivinicola.
Perché gli ibridi resistenti sono sempre più richiesti
I vantaggi degli ibridi resistenti sono molteplici. Riducendo la necessità di trattamenti con rame, zolfo e altri fitofarmaci, consentono una viticoltura più sostenibile e meno impattante sull’ambiente. Diminuiscono i costi di produzione, perché richiedono meno passaggi con i trattori e meno ore di lavoro. Inoltre, mostrano una maggiore tolleranza agli stress climatici e garantiscono rese più stabili anche nelle annate difficili, offrendo sicurezza soprattutto ai piccoli produttori.
In un periodo in cui le condizioni ambientali sono sempre più estreme, questi vitigni rappresentano una risorsa preziosa per mantenere viva la viticoltura in molte aree.
La normativa europea: cosa cambia con il Regolamento 2021/2117
Un passaggio chiave per la diffusione dei vitigni resistenti è arrivato con il Regolamento UE 2021/2117, che ha modificato la OCM vitivinicola. Grazie a questo intervento, le denominazioni di origine e le indicazioni geografiche possono ora includere vitigni ottenuti da incroci tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis. Prima, molte denominazioni ammettevano solo vitigni viniferi puri.
Questo non significa, però, che tutte le DOC e le IGP possano automaticamente utilizzare i PIWI. Perché ciò avvenga, servono tre passaggi: il vitigno deve essere iscritto al registro nazionale, deve essere autorizzato nella regione e, soprattutto, il disciplinare deve essere modificato dal consorzio di tutela. In alcune denominazioni potrebbe anche essere prevista una quota massima di PIWI nei vini certificati.
La situazione varia da Stato a Stato: alcuni paesi hanno già integrato i vitigni resistenti nei loro disciplinari, mentre altri procedono con maggiore cautela.
Un dibattito ancora aperto
La prospettiva dei PIWI è promettente, ma non mancano le criticità. I consumatori devono ancora abituarsi a vini ottenuti con vitigni relativamente nuovi; molti consorzi sono prudenti quando si tratta di modificare disciplinari storici; e anche le viti resistenti richiedono una gestione agronomica attenta, perché la resistenza non significa assenza totale di trattamenti.
Eppure, di fronte alle sfide attuali della viticoltura, i vitigni resistenti – insieme alle TEA – rappresentano una delle strade più interessanti per coniugare qualità, sostenibilità e innovazione. La loro diffusione dipenderà dalla capacità del settore di integrare tradizione e ricerca scientifica, costruendo un futuro della vite che sia resiliente e rispettoso dell’ambiente.


