In un precedente articolo abbiamo raccontato la storia di Penelope, la moglie fedele per eccellenza, che per vent’anni seppe opporsi al tempo, ai pretendenti e persino al destino pur di restare fedele al suo Odisseo. Oggi ci spostiamo all’altro polo del mito greco e ci occupiamo della cugina di Penelope: Elena, la moglie infedele per antonomasia, la donna che con la sua fuga scatenò la più celebre guerra dell’antichità.
La bionda Elena, considerata la donna più bella del suo tempo, fu richiesta in moglie da praticamente tutti i nobili dell’intera Grecia. Per evitare conflitti tra pretendenti, il padre Tindaro impose un patto di reciproca assistenza: chiunque fosse diventato suo marito avrebbe goduto dell’appoggio degli altri qualora avesse subito un torto. Il prescelto fu Menelao, re di Sparta. Ma il patto, nato per prevenire una guerra, avrebbe finito per scatenarne una.La storia d’amore con Paride, il giovane principe troiano, fu travolgente. Elena scelse volontariamente di fuggire con lui, lasciando a Sparta non solo il marito, ma anche una figlia ancora bambina. Il gesto ebbe conseguenze catastrofiche: i Greci, legati dal famoso giuramento, marciarono contro Troia e posero le basi del decennale conflitto che avrebbe portato alla distruzione della città della Troade.
Nell’Iliade Elena stessa si definisce “cagna”, incarnazione di un archetipo misogino che attraversa i secoli. Anche la sorella Clitennestra, moglie di Agamennone, seguirà una strada analoga, arrivando a uccidere il marito con l’aiuto dell’amante Egisto. Due sorelle, due tradimenti: un’intera genealogia femminile marchiata dal sospetto.Eppure, le origini di Elena aprono a interpretazioni più complesse. Secondo alcune versioni, Leda, moglie di Tindaro, generò quattro figli: Castore e Clitennestra dal marito mortale, Polluce ed Elena da Zeus, che l’aveva sedotta sotto forma di cigno. Da questo dato mitico nasce l’altra Elena, quella divina, che non può essere giudicata come una donna comune.
Gorgia, nel suo Encomio di Elena, cercò proprio di scagionarla, sostenendo che non si potesse imputare a una creatura di tale bellezza la responsabilità della guerra: forza del destino, persuasione retorica o volontà divina avrebbero guidato le sue azioni. L’argomento non era nuovo: già Stesicoro, nella celebre Palinodia, affermava che Elena non fosse mai andata a Troia. Al suo posto sarebbe giunto in Oriente un semplice fantasma, mentre la vera regina di Sparta sarebbe rimasta in Egitto, estranea al conflitto.La fortuna del mito fu immensa nell’arte antica.
Nella figura 1, un cratere attico del Louvre, Elena riceve una cassa di doni preziosi da Paride, riconoscibile dal berretto frigio degli Orientali.

La figura 2, una pittura da Pompei, ripropone la stessa scena, stavolta con i nomi ben visibili: Alessandro/Paride ed Elena.

Nella figura 3 siamo nella notte della presa di Troia: Menelao, furioso, sta per uccidere la moglie infedele, ma un piccolo Eros lo trattiene, simbolo di un amore che non si è mai spento.

La figura 4, un’anfora attica, mostra la stessa tensione drammatica: Elena solleva il velo dal volto e il gesto, carico di seduzione, riaccende la passione nel marito tradito.

Nella figura 5 la vediamo nascere dall’uovo, mentre nella figura 6, su una lekythos attica, appare la scena del rapimento di Elena fanciulla da parte di Teseo, poi costretto dai Dioscuri, i fratelli gemelli, a restituirla al padre.Elena continua a far discutere da tremila anni.

Forse perché, come accade ai personaggi davvero archetipici, nessuna colpa può oscurare del tutto il fascino che esercitano. La sua bellezza, narrata come ineguagliabile, sembra possedere un potere assolutorio: capace di giustificare tutto, capace di farci dimenticare tutto. Anche una guerra.



