di Marco Signorile
Dopo aver visto Flashdance al Teatro Nazionale, ho lasciato che lo spettacolo mi restasse addosso qualche giorno. Per me le luci del Teatro Nazionale non si sono spente: nell’aria vibra ancora il battito di Flashdance, come un ricordo che non smette mai di danzare. A distanza di pochi giorni incontro Mauro Simone, il regista, e so che questo dialogo è solo l’inizio di un racconto a più voci. Nei prossimi mesi incontrerò anche altri protagonisti — il coreografo, gli interpreti, le anime dello spettacolo — per continuare a raccontare Flashdance come una storia viva, che da qui a gennaio continuerà a brillare di luce propria. Tra un caffè e una risata nasce questa conversazione sul teatro, la libertà e il coraggio di essere veri. Più che un’intervista, è un incontro: due voci, due respiri, una sola passione chiamata teatro.
Marco: Gli anni ’80: o li ami o li fingi. Ma in Flashdance sembrano tornare vivi, pulsanti. Come li hai raccontati?
Mauro:
Io li ho respirati di riflesso. Le mie sorelle erano le regine della strada: giubbotti Best Company, stivali alti, cinture lucenti.
Io le osservavo da lontano, convinto che fossero miti e io solo uno spettatore.
Poi, ristudiandoli, ho capito: non era moda, era identità.
Erano anni che avevano il coraggio di essere — anche troppo, ma veri.
Marco:
E nel tuo Flashdance quell’anima torna: la donna che non chiede spazio, ma se lo prende, con le spalline larghe come un respiro.
Mauro:
Le spalline erano una dichiarazione.
La donna che si allarga, che occupa spazio, che dice all’uomo: ci sono anch’io.
Parliamo di stoffe e di luci, ma in fondo stiamo parlando di libertà.
Il palco, come la vita, è sempre un gesto d’identità.
Marco:
Il gruppo. La squadra. Quanto conta l’insieme, quando tutto nasce da un solo ritmo?
Mauro:
Conta tutto. Il teatro è un respiro collettivo.
Gente che si muove insieme, che costruisce insieme, e per un attimo crede che il mondo possa farlo davvero.
In un’epoca che divide, il teatro ricorda che insieme è meglio.
Marco (poi aggiungo piano, come chi confida un segreto):
E forse, è proprio lì che nasce l’anima di uno spettacolo: nel legame invisibile tra chi crea e chi crede.
Mauro:
Nei provini non cerco solo bravura. Cerco verità.
Chi ha fame di crescere, chi sa ascoltare.
Solo così nasce un ensemble vivo: dove uno cade e l’altro lo tiene, dove la scena respira come un cuore.
Marco:
Nel tuo musical il lavoro sulle emozioni non è un effetto.
È una scelta, quasi un atto d’amore verso la verità.
Mauro:
L’emozione non deve suonare: deve vivere.
Non mi interessa il suono della parola, ma ciò che accade prima e dopo che la dici.
Il momento in cui la senti passare nel corpo.
Marco:
È lì che nasce la partecipazione, quella che il pubblico riconosce senza sapere perché?
Mauro:
Esatto. Non lavoro sul suono dell’emozione, ma sul suo respiro.
È quello che arriva fino alla platea.
Se non c’è respiro, non c’è vita.
E la parola resta muta.
Lo ascolto e penso che forse il teatro, più che un mestiere, è un atto di respiro condiviso: un tempo sospeso in cui il pubblico e l’attore diventano la stessa voce.
Freddie Mercury, “Gloria” e la libertà di essere
Marco:
Molti potrebbero pensare: cosa c’entrano Freddie Mercury o Gloria con Flashdance?
E invece, nel tuo racconto, c’entrano eccome.
Mauro:
C’entrano perché rappresentano la libertà.
In tutte le versioni di I Love Rock ’n’ Roll la protagonista ha la chitarra.
Io invece mi sono chiesto: chi era l’icona vera di quegli anni? Freddie.
E ho deciso di ribaltare i ruoli.
Freddie in “I Want to Break Free” si traveste da donna ma resta uomo.
Io ho fatto l’opposto: la mia Tess si traveste da uomo ma resta donna.
È una provocazione, ma anche una verità.
E se a qualcuno dà fastidio, allora è arrivato il messaggio.

E poi Gloria.
Pochi sanno che Gloria di Umberto Tozzi fu un successo mondiale, tradotta e reinterpretata anche nelle versioni internazionali del musical.
L’ho voluta in italiano e in inglese: perché la libertà parla tutte le lingue.
Mi colpisce quella parola: libertà. Ritorna in ogni sua frase, come un ritornello.
E capisco che Flashdance, per lui, non è un revival, ma un grido di presenza.
Marco:
Mauro, per te il teatro come comunicazione di valori è fondamentale.
Ogni opera, per te, deve dire qualcosa.
Mauro:
Sì. Il teatro non può più permettersi di essere solo spettacolo.
Deve tornare a parlare, a raccontare, a farsi voce.
Ogni scelta, anche la più provocatoria, serve a ricordarci che la libertà non dovrebbe mai disturbare.
Marco:
Siete curiosi, lo so, di come si chiude questa intervista…
Ebbene, la chiude proprio Mauro.
Mauro:
Mi piacerebbe che, in generale, il pubblico diventasse più curioso.
Dobbiamo uscire dal pregiudizio, aprirci a testi e spettacoli che non conosciamo.
Solo così si rinnova il teatro — e chi lo guarda.
Mentre mi allontano, salutando Mauro, penso che la curiosità sia il primo passo verso la libertà — quella stessa libertà che, in Flashdance, continua a ballare anche quando il sipario si chiude.


