I pantaloni nella storia dell’arte

di Rossana Lucente

I pantaloni, simbolo di praticità, libertà di movimento e identità di genere, hanno una storia lunga e complessa, riflessa anche nelle arti visive. Dalla preistoria all’arte contemporanea, il modo in cui i pantaloni maschili sono rappresentati racconta molto della società, della moda e della percezione del corpo maschile. Ritrovamenti archeologici in Asia Centrale suggeriscono che già intorno al 3000 a.C. alcune popolazioni nomadi indossassero indumenti simili a pantaloni, per facilitare la cavalcata, mentre nelle pitture rupestri, i corpi maschili erano spesso rappresentati nudi o con semplici coperture per i genitali. Nella civiltà classica i pantaloni erano considerati indumenti “barbarici”, associati ai popoli non greci e non romani, e nelle sculture gli elleni sono quasi sempre nudi, mentre nei bassorilievi latini le figure sono vestite con tuniche lunghe. Durante il Medioevo, i pantaloni iniziano a diffondersi tra le popolazioni europee, soprattutto tra i cavalieri e le classi più elevate, come dimostra l’opera gotica “Ultima Cena (1308-1311)” di Duccio di Buoninsegna, fondatore della scuola senese, dove sotto le tuniche e i mantelli degli apostoli si intravedono le “brache” che assicuravano copertura e comodità,  simboleggiando la dignità e la compostezza dei solenni seguaci di Cristo, circondati da un’atmosfera dorata e spirituale. Nel Rinascimento i calzoni aderenti diventano elementi distintivi dei nobili e dei guerrieri, come testimonia “Il miracolo di San Marco che libera lo schiavo (1548)” di Jacopo Robusti detto il “Tintoretto” (in ricordo del padre tintore di stoffe), dove gli aguzzini di un uomo devoto al Santo indossano calze attillate, completate con giubbe rinascimentali, segno della moda veneziana del Cinquecento, dove il corpo maschile veniva esaltato nella sua forza fisica e plastica. 

Nel Barocco e nel Rococò, i pantaloni maschili evolvono in calzoni ampi e plissettati, accompagnati da giacche e gilet elaborati, come si evince dalla “Vocazione di San Matteo (1599-1600)” di Caravaggio, dove i personaggi indossano pantaloni ampi, coordinati con giubbe di velluto e mantelli scuri, raffigurati all’interno di una taverna romana, dove l’esattore riscuoteva i tributi prima della “chiamata divina”, luogo umile prescelto da Cristo per redimere i peccatori, e consono alla scelta “scandalosa” del pittore di usare mendicanti e prostitute per rappresentare i santi e personaggi biblici. Durante il XIX secolo, con la diffusione dell’abbigliamento borghese, i pantaloni maschili si fanno più sobri e funzionali, come possiamo notare nel “Quarto Stato (1898 – 1901)” di Giuseppe Pellizza da Volpedo, morto suicida dopo la perdita della moglie, dove gli uomini del corteo indossano pantaloni lunghi di stoffa grezza arrotolati alle caviglie, con camicie semplici e gilet, sottolineati da colori caldi e terrosi esaltando il realismo sociale e la solidità dei corpi. In questo “manifesto dei lavoratori”, gli abiti sono espressione di uguaglianza e identità di classe, rappresentando la condizione operaia, la fatica, ma anche la fierezza, la forza collettiva e la dignità del lavoro. Mentre nella serie degli “Autoritratti (1950)” di Antonio Ligabue, l’artista naif e “outsider”, calza pantaloni alla “zuava” e una giacca pesante, coerenti con la sua identità marginale marchiata da povertà e disagio mentale, in dialogo perenne con la natura e le belve feroci. Nell’arte contemporanea, i pantaloni maschili si combinano con installazioni, performance e fotografia, come possiamo scoprire nei fotomontaggi colorati esposti nel “Gilbert & George Centre (2023)” di Londra, dove la coppia più longeva del firmamento artistico veste impeccabili completi di tweed e una ironia dissacrante, affrontando temi come il sesso, la razza, la politica e la religione, vivendo e lavorando nel particolare quartiere “east end”, tra immigrati, profughi ebrei orientali e bengalesi, dove nel 1888 si aggirava persino Jack “lo Squartatore”, noto per la conoscenza anatomica dei corpi, considerata la mutilazione e l’asportazione degli organi interni, forse usati come trofei e compiacimento personale o come avversione al genere femminile dedito alla prostituzione. Osservare i pantaloni, dalla preistoria all’arte contemporanea, significa leggere la storia non solo dei vestiti, ma anche delle società che li ha indossati e celebrati, trasformando un capo funzionale in un simbolo culturale e artistico.

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