di Bruno Sganga
C’è il sogno ideale d’un cuoco o d’un protagonista della cucina che non sia lo scimmiottare opere e realizzazioni altrui? Amalgami e combinazioni, piuttosto che abbinamenti e rivisitazioni capaci d’un racconto mai scritto, ma non tanto per originalità ad ogni costo o rigorosa passione della tradizione, ma per dirompente magia con fusioni di sapori, profumi e memorie di materie prime rare quanto semplici insieme. Cibo come spettacolo della vita, piatti e vini come armonici suoni tra gusto ed equilibrio d’un benessere profondo quanto costante. Un sogno che disprezza e allontana timori di insane abbuffate, ma che neppure si disperde tra colori insipidi e sfuggenti disegni cromatici in piatti anonimi che odorano solo lontanamente di cucine di valore.
Vale a dire creazioni artistiche del gusto che riescono a parlare con i più diversi santi mangiatori, cibarie esemplari che lasciano tracce senza affanni fisici, aggregazioni mirate di prodotti della terra con originali miscele di più moderna concezione, ed il tutto senza scomporre ospiti e dotti consumatori né provocando fazioni di critici pronti a schierarsi per il solo piacere dell’iperbole e di gratuita saccenteria. Ma un sogno con chiari elementi: seguendo le cucine vigorose e nordiche o rinascimentali combinazioni dei paesi del sole, oppure impensabili mescolanze speziate di terre lontane o crudité vegetariane per deboli diete. E poi perché un sogno quando l’apparenza domina con mercenaria invadenza? Non ha forse più gusto una spettacolare ed intima determinazione nel recuperare se stessi e la propria intima capacità di raccontare sogni, emozioni e soavità di sapori qualunque siano le scelte e combinazioni che s’intende seguire nel pieno equilibrio delle proprie individualità? E’ lo spettacolo del cibo nella sua idoneità a rappresentare ciò che è tra sostanza ed immaginario ma mai con mode e contenuti sfuggenti e di mediocre apparenza.
Ed allora ecco dei diabolici intrugli, visto che il freddo incalza nel voler riempire le nostre giornate, con alcune diaboliche alchimie ed ardenti intrugli di facile esecuzione per rimetterci al meglio. Del resto che il diavolo fosse un ubriacone lo diceva anche un esperto come Martin Lutero!

Brulé di Lucifero: steccare un’arancia con alcuni chiodi di garofano ammorbidendola in poca acqua bollente. Quindi togliere i chiodi di garofano dividendo l’arancia in otto spicchi su cui versare un abbondante cucchiaio di zucchero insieme ad una buona bottiglia di vino rosso e dopo averli posti in una casseruola. Portare lentamente ad ebollizione, filtrare e versare in tipici bicchieri da grog preriscaldati versandovi sopra un po’ di rum riscaldato e quindi accendere col fiammifero.
Ponce infernale: riscaldare un litro di buon vino rosso con un quarto di limone versandovi un decilitro di buon rhum sopra una pietra di zucchero (zolletta) ben afferrata con le molle e fiammeggiandola. Alla fine rimescolare il tutto con l’aggiunta di un quarto di decilitro di sherry secco.
Vino dei furfanti: tagliare a fette un buon limone cospargendolo con sei-otto cucchiai di zucchero e versandovi sopra mezzo litro d’acqua, il tutto posto in un robusto contenitore. Riscaldare lentamente e mescolando, quindi aggiungere mezzo litro di buon vino rosso ed una stecca di vaniglia portando il tutto quasi ad ebollizione. Filtrare in bicchieri ben caldi versandovi sulla superficie del buon cognac o del rum riscaldati e quindi accendere.


