PASSI — la memoria in cammino

di Marco Signorile

Quando la Storia diventa emozione e il ricordo si fa teatro.

C’è una domanda che attraversa Passi come un respiro sommesso:
“Come accendere una luce sui fatti, sulle emozioni e sui ricordi di una grande frattura?”
Forse la risposta sta nell’amore — per le storie delle persone, per le vite sospese tra partenze e ritorni, tra la Storia con la S maiuscola e i piccoli destini quotidiani.

Da quel sentimento nasce il racconto di Abdon Pamich, il marciatore italiano campione olimpico a Tokyo 1964, e con lui la storia di un Paese che cambia pelle, lasciando dietro di sé le macerie di un esodo e la necessità di ricominciare.
Un cammino che unisce lo sport alla memoria, il gesto atletico al battito umano.
E in quel percorso, Passi diventa una mappa di emozioni: di cucine che profumano di minestroni, di cantine umide di salami, di voci che ancora raccontano una casa perduta.

Marco De Rossi — L’uomo che cammina nella memoria

Nel backstage del Fringe Milano Off, dopo lo spettacolo, ho incontrato Marco De Rossi, autore e interprete di Passi.
Nei suoi occhi c’è la luce di chi non ha semplicemente recitato una storia, ma l’ha attraversata.
Mi racconta che tutto è nato dalla curiosità:
«Mi sono chiesto quanto sapessi davvero dell’esodo istriano… e ho scoperto che non ne sapevo nulla. Così ho iniziato a leggere, a studiare, a cercare un modo per raccontare ciò che non ha stereotipi».

La chiave è arrivata con Memorie del marciatore, il libro che ha acceso in lui l’urgenza di restituire voce a una generazione sradicata.
E ciò che colpisce, ascoltandolo, è la naturalezza con cui De Rossi trasforma la cronaca in empatia, la ricerca in vita vissuta.

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Sul palco la sua recitazione è asciutta, contemporanea, verissima: non ruota intorno a schemi, ma vibra nel qui e ora del gesto.
Ogni pausa diventa respiro, ogni sguardo un frammento di verità.
Mentre racconta, sembra davvero camminare nel testo — e con lui il pubblico.
Ogni passo è un attraversamento emotivo, un frammento di memoria che torna alla luce.

Quando mi parla dell’incontro con Pamich — realmente avvenuto, a Pescara — la voce gli si incrina di commozione:
«Lui ha visto lo spettacolo tre volte. Mi ha detto: hai disegnato la mia vita. E io ho capito che, forse, il teatro serve proprio a questo: a restituire un volto ai ricordi.»

La luce come regia dell’anima

Con la regia teatrale di Gianmarco Busetto, Passi trova il suo equilibrio tra poesia e verità.
La regia tecnica di Marco Duse, direttore artistico di Farmacia Zoè, accompagna la narrazione con sensibilità luminosa, trasformando la scena in linguaggio emotivo.
Due temperature di luce scandiscono il tempo del racconto:
il bianco freddo del passato, memoria spietata dell’esodo fiumano,
e il bianco caldo del presente, respiro umano della gara olimpica.

Le luci dal basso, essenziali e mirate, generano ombre che diventano parte della narrazione — simboli di potere, paura, rinascita.
Una poetica visiva sobria, intensa, dove la tecnica si fa sentimento e la luce diventa — più che mai — regia dell’anima.

Il passo dell’anima

Uscendo dalla sala, ho avuto la sensazione di aver assistito a qualcosa di raro:
non solo uno spettacolo, ma un atto d’amore verso la memoria.
Marco De Rossi non interpreta un personaggio: lo attraversa.
E in quel cammino, Passi diventa specchio di tutti noi — di chi ha lasciato, di chi ha atteso, di chi cerca ancora la propria casa.

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Quando le luci di Duse si spengono e il silenzio si riempie di respiro, resta un’immagine:
quella di un uomo che cammina nella storia e nella propria ombra,
per ricordarci che ogni passo è un modo per tornare a vivere.
organizzazione Marta Sartorato