di Marco Signorile
C’è un teatro che non recita, ma confessa. È quello di Claudio Del Toro, attore e autore di Lucifero, spettacolo ospitato al Fringe Milano Off International Festival 2025, nello Spazio Umanitaria di Milano.

Un monologo intenso e visionario che ribalta la figura dell’angelo caduto, trasformandola in un simbolo universale di fragilità e desiderio di essere amati.
Del Toro porta in scena un Lucifero umano, ferito, lontano dalle caricature.
«È un reietto – racconta – frainteso e non ascoltato, come un bambino che, non visto da papà e mamma, urla per farsi guardare. In fondo, tutti gli esseri umani hanno bisogno di essere visti e di essere amati. E che cos’è l’amore, se non qualcuno che ti guardi con occhi amorevoli?».
Il testo, scritto dallo stesso Del Toro, nasce durante una notte a Edimburgo, al Fringe Festival:

«Sentivo il bisogno di rappresentare qualcosa di altro, che parlasse a tutti. Lucifero era il preferito del Padre, poi crolla perché ha voluto essere come Lui. È stato frainteso, e da lì inizia la sua caduta. Ma la sua è una caduta luminosa: in realtà rappresenta ogni essere umano che cerca di essere visto».

In scena, Del Toro domina lo spazio con eleganza e ironia, in un continuo dialogo con il pubblico. Un rapporto di empatia che non invade ma accoglie, frutto di un ascolto profondo.
«Io rispetto molto il pubblico. Lo ascolto tantissimo. Ho studiato alla École Philippe Gaulier di Parigi, dove impari a percepire la temperatura della sala. A volte entro tra il pubblico, capisco se posso spingermi oltre. Il pubblico è il mio specchio».
E lo si percepisce: in Lucifero lo spettatore non è un osservatore passivo, ma parte viva dell’allestimento. Il peccato diventa gioco, tentazione, complicità. «Sì, qualcuno la mela la morde sempre», sorride Del Toro.

L’estetica dello spettacolo attinge alla pittura caravaggesca: «Mi ispiro a quei Lucifero dipinti da Caravaggio, angeli bellissimi e dannati, modelli reietti, umanissimi. Do voce anche a loro».
Lo spettacolo, già presentato al Brighton Fringe Festival e in una chiesa sconsacrata a Torino, continua a viaggiare: «Mi piacerebbe portarlo in luoghi non convenzionali – castelli, ex chiese, scuole – perché parla un linguaggio universale».

Chiude con le parole del suo protagonista:
“Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso.”
E forse proprio da qui nasce la forza di Lucifero: dal coraggio di guardare il male come una parte viva dell’essere umano.

Claudio Del Toro è un attore che sa stare nel qui e ora, non recita ma vive ciò che porta in scena. Crea un’empatia autentica con il pubblico, restituendo al teatro di parola una freschezza contemporanea e un respiro internazionale.
Io, che nasco attore prima che giornalista, scrivo raramente di teatro, proprio per non cadere nella trappola del “io so e dico”. Ma qui no. Qui sentivo di doverlo dire: questo spettacolo mi ha convinto.
Del Toro ha scritto il testo e si è autodiretto con la collaborazione di Alberto Maronna (direttore di scena).
I costumi, firmati da Monica Cafiero e Maverik Cesano, completano il quadro visivo: un inferno umano, raffinato, poetico.
Un Lucifero fragile e bellissimo, che dal palco ci guarda.
E forse, per un attimo, ci perdona.


