di Paolo Brutto
Enea e Didone, Orfeo ed Euridice, Lancillotto e Ginevra, Tristano e Isotta…Quanti amori e quante celebri coppie di amanti la letteratura di ogni tempo ha reso immortali? Ma, siamo sinceri, quando ogni singolo uomo ed ogni singola donna, in ogni angolo del mondo, pensa all’amore per eccellenza, alla coppia che più di ogni altra incarna il sogno di una vita (sperando di non emularne le vicende dolorose e il finale tragico, ovviamente!), i primi due nomi che vengono in mente quasi in automatico sono quelli di Romeo e Giulietta, i protagonisti della tragedia immortale scritta da William Shakespeare, la quale debutta per la prima volta sulle scene londinesi probabilmente negli anni che vanno dal 1594 al 1596, “tra gli applausi del pubblico del Curtain”, secondo la ricostruzione del biografo e critico londinese Peter Ackroyd. Questa tragedia rappresenta un adattamento della Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti del letterato vicentino Luigi da Porto, pubblicata nel 1530 circa. Prima di quest’opera, tuttavia, troviamo tracce anticipatrici della vicenda dei due giovani amanti di Verona già in un passo del Purgatorio della Commedia di Dante: Vieni a veder Montecchi e Capelletti,Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:color già tristi e questi con sospetti!(Purgatorio, VI, 106-108).Tuttavia, è all’interno della novella Mariotto e Ganozza di Masuccio Salernitano, pubblicata postuma nel 1476 ma ambientata a Siena e non a Verona, che noi ritroviamo in nuce tanti dei temi che poi verranno trattati ed eternati dalla poesia del grande Bardo. La Historia di da Porto fu ripresa successivamente da Matteo Bandello e inclusa nel secondo volume delle sue Novelle (1554) col titolo La sfortunata morte di dui infelicissimi amanti (in questa versione del Bandello vengono introdotti per la prima volta i personaggi della nutrice e di Benvolio). Al di là delle origini letterarie da cui Shakespeare prenderà spunto per la composizione della sua tragedia, la grande novità impressa dal grande Bardo al suo dramma la ritroviamo già nelle battute iniziali della storia, una novità che darà un deciso scossone non solo ai canoni teatrali (e puritani) dell’epoca ma anche a quelli delle epoche successive: gli eventi che si susseguiranno in maniera vorticosa sul palcoscenico prendono l’avvio da un bacio. Nessuno, prima di Shakespeare, aveva mai fatto iniziare una storia d’amore partendo da un bacio e nessuno, prima del drammaturgo inglese, aveva mai osato o anche solo pensato di far vedere un bacio vero sulla scena.

1Francesco Hayez, L’ultimo bacio dato da Giulietta a Romeo (1823 ca.), olio su tela, Collezione privata.
Il bacio tra Romeo e Giulietta, scambiato fra i due ragazzi in occasione del ballo in maschera organizzato come ogni estate dal vecchio Capuleti, il padre di Giulietta, rappresenta, al tempo stesso, l’apice dell’incontro fra i due giovani innamorati ma anche l’inizio delle sciagure che, di lì a poco, colpiranno uno ad uno i personaggi che ruotano intorno ai due protagonisti per poi culminare nel doppio suicidio dei due giovani amanti, i quali, dopo aver provato in tutti i modi di sottrarsi ad un destino beffardo e crudele, moriranno l’uno accanto all’altra, indivisibili, indissolubili, uniti per sempre nell’eternità del loro amore. “Ho mai amato fino ad ora? Gli occhi dicono di no: non ho mai visto niente di più bello fino a questa notte”; “Che luce spunta dalla finestra lassù? E’ l’oriente, è Giulietta, è il sole!”; “O Romeo, Romeo!Perché sei Romeo? Rinnega tuo padre e rigetta il tuo nome. O, se non vuoi, giurami amore, e non sarò più una Capuleti”. Queste sono solo alcune delle più celebri battute presenti all’interno del dramma, veri e propri aforismi d’amore che renderanno Romeo e Giulietta gli archetipi ideali di tutte le coppie innamorate nel corso dei secoli. Due ragazzi, due teenager divisi da una faida mortale che coinvolge le loro famiglie appartenenti all’alta aristocrazia veronese, rappresentano plasticamente l’amore inarrestabile, impetuoso, l’amore che si accende già al primo sguardo quando i due innamorati si cercano con gli occhi e si rincorrono tra i movimenti dei ballerini e degli ospiti invitati al gran ballo. Il bacio, la dichiarazione d’amore sotto il balcone di Giulietta, il matrimonio celebrato in gran segreto fra i due ragazzi da Frate Lorenzo, l’esilio di Romeo a Mantova a causa dell’omicidio di Tebaldo, l’apparente morte di Giulietta per evitare le nozze con il Conte Paride, il suicidio dei due giovani amanti causato dal “giogo di stelle infauste”, si susseguono in maniera vorticosa sul palco, senza nessuna remora, da parte di Shakespeare, per il rispetto dell’esatta cadenza cronologica nella narrazione degli eventi. Il grande Bardo è interessato al tempo psicologico, non a quello legato all’ordine del tempo: la ‘fretta’ dei due amanti di unirsi in tutti i modi possibili (soprattutto sessualmente, altra stupefacente novità rispetto alla narrazione teatrale e, soprattutto, ai canoni morali dell’epoca), la loro dolorosa separazione, il destino infausto che incombe su di loro con l’immagine cupa e ricorrente della tomba – figurata e reale al tempo stesso – lasciano letteralmente stupefatto il pubblico di epoca elisabettiana che, a fine dramma, di fronte ai corpi senza vita dei due sfortunati amanti stesi sul palco in un ultimo abbraccio, sembra rimanere in silenzio per qualche interminabile secondo, come imbambolato di fronte alla tragica meraviglia di un amore così puro e così ‘eroico’ da trascendere la vita e la morte stessa, anzi, fondendole insieme più di quanto non lo siano già, in un connubio che profuma di sublime eternità. Un amore che non doveva in alcun modo nascere, due giovani che non avrebbero dovuto in alcun modo vedersi o frequentarsi e che, anzi, avrebbero dovuto odiarsi e invitare ad odiare a loro volta, si innamorano perdutamente e, attraverso il loro estremo atto d’amore, riescono a riconciliare perfino le loro famiglie abbrutite dall’odio, le quali, di fronte ai cadaveri dei loro figli, promettono di far scolpire due sarcofagi d’oro con la loro effigie affinché riposino finalmente insieme, uno accanto all’altra. Omnia vincit amor affermava Virgilio in una sua celebre Egloga: è davvero così? Per certi versi è così, ma la vittoria lascia e lascerà un forte retrogusto amaro non solo agli spettatori a teatro (e, successivamente, al cinema) ma anche a tutti i lettori e le lettrici di quest’opera nei secoli successivi. L’amore, i baci e le carezze dei due giovani innamorati sembrano essere un fugace intermezzo calato in un mondo troppo duro e brutale per accettare ‘follie’ di tipo romantico: il dramma, infatti, finisce allo stesso modo di com’era iniziato, ossia con il sangue che scorre a fiumi nel bel mezzo di duelli dettati da un odio furioso, inestinguibile. Ma allora perché tutti (o quasi tutti) sogniamo una storia d’amore ‘alla Romeo e Giulietta’, di diventare per un attimo folli ed ebbri d’amore da dimenticare il mondo e i suoi confini, il mondo e le sue convenzioni, fino ad arrivare a dimenticare, per certi versi, perfino noi stessi? Domanda difficile, oltremodo difficile, perché non ci sono risposte valide ed oggettive per tutti quando si tratta dell’universo dei sentimenti e delle emozioni umane. Personalmente mi piace pensare (e spero di non essere il solo a farlo) che l’incontro fra Romeo e Giulietta, così come quello fra milioni di innamorati di ogni epoca e di ogni angolo del mondo, sia inevitabile e che sia già stato previsto da tempo all’interno di un disegno trascendente provvidenziale ed eterno. Che questo disegno lo si chiami ‘Amore’, ‘Dio’ o altro, poco importa: la cosa che importa a noi tutti è sentire di fare parte di un qualcosa slegato dalle logiche meccaniche della nostra esistenza terrena, di riuscire a trascendere i nostri limiti per congiungerci non solo con la persona da noi amata ma di riscrivere con lei e assieme a lei i nostri orizzonti umani ogni giorno, di toccare il cielo con un dito per assaporare senza sosta il gusto dell’eternità.

1Gwyneth Paltrow e Joseph Fiennes protagonisti del film Shakespeare in Love (1999) diretto da John Madden.q

