I gioielli nelle opere d’ arte

di Rossana Lucente

I gioielli hanno accompagnato l’umanità fin dalle origini, rappresentando il gusto, il potere, la spiritualità e la cultura di ogni epoca. Già in età preistorica l’uomo decorava il corpo con oggetti naturali, come conchiglie, ossa, pietre e ambra, per realizzare successivamente monili in bronzo, come il pendente a “spirale (I millennio a.C.)”, motivo decorativo legato al ciclo della vita (nascita, morte e rinascita) e al tempo naturale (stagioni, agricoltura e vita).

Nelle civiltà “barbariche” vengono utilizzati materiali preziosi come dimostra la “fibula (V – VI sec.d.C.)” degli Ostrogoti, una spilla decorativa in oro e smalti cloissonè, funzionale per fissare i mantelli, e a forma di aquila per suggellare l’eredità culturale dell’impero romano.

E la leggendaria “corona ferrea (V – VI sec.d.C.)” dei longobardi, in oro e gemme, la quale diventa custode di uno dei chiodi della crocifissione di Gesù, raccolti da Elena, madre dell’imperatore Costantino.

Durante l’epoca greco – romana i “monili” vengono sfoggiati per testimoniare identità e potere, come dimostra l’affresco cretese le “dame blu (II millennio a.C.)”, dove le sacerdotesse a seno scoperto, con richiamo al potere femminile della “Grande Madre”, sono vistosamente decorate con molteplici fili di collane, bracciali e ornamenti tra i capelli, in lapislazzuli, agata, corniola e madreperla, segni di appartenenza ad una casta privilegiata. Lontana dalle donne delle classi popolari, le quali svolgevano senza ornamenti le fatiche quotidiane, e solo nelle occasioni speciali indossavano monili in ferro, bronzo, rame e pasta vitrea.

Così come nell’affresco pompeiano “i misteri dionisiaci (60 – 50 a.C.)”, dove l’offerente femminile ostenta un’armilla omerale, segno distintivo di una “inizianda” destinata a guidare la fanciulla nel percorso del “sacro matrimonio” con il dio Bacco.

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Nella famosa opera rinascimentale “La sacra conversazione (1472 – 74)” di Piero della Francesca, il duca Federico da Montefeltro, indossa un anello con pietra preziosa al mignolo sinistro, segno di discendenza da una nobile stirpe, e uno circolare all’anulare sinistro, come marcatore di fedeltà sia politica (al Papa e alla Chiesa) sia spirituale (a Dio e alla Vergine) e sia sentimentale o “vena amoris” (alla moglie Battista Sforza, morta dopo il parto). In questa rinomata “pala di Brera” anche le figure angeliche sono illuminate con parure di perle, associate alla purezza verginale, e di conseguenza vietate alle donne nubili e alle meretrici. Mentre Gesù Bambino indossa una collana di corallo, potente amuleto contro le forze demoniache, e dal colore profetico del sangue divino, il quale sarà versato per salvare l’umanità dai peccati.

Nell’opera la “Dama con l’ermellino (1489 – 90)” di Leonardo da Vinci, il soggetto identificato con Cecilia Gallerani, amante del duca di Milano, Ludovico Sforza detto “il Moro”, è agghindata con una collana in tomalina, onice o ambra nera, o più probabilmente si tratta di una “pomander” costituita da grani profumati e speziati, in voga nel Rinascimento per scacciare i cattivi odori e tenere lontana la peste, accessori che denotano eleganza e prestigio.

Nel ritratto barocco di “Innocenzo XII (1650)” di Diego Velázquez, il pontefice porta all’anulare destro “l’anello del pescatore”, il sigillo ufficiale che richiama l’apostolo Pietro, fondamento della Chiesa e dell’autorità spirituale.

Nel dipinto neoclassico “Incoronazione di Napoleone (1805 – 1807)” di Jaques Louis David, il pittore immortala il momento in cui l’imperatore si autopone sul capo il diadema di Carlo Magno, simbolo di potere politico, per poi fregiare della stessa corona la vedova creola Giuseppina, la quale sfoggia orecchini di diamanti, elementi regali intrisi di eternità e invulnerabilitá.

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Con l’affermazione delle avanguardie, come il surrealismo, Salvador Dalì realizza per sua moglie Gala “l’occhio del tempo (1949)” in platino, diamanti e rubini cabochon, dove la pupilla ha il congegno di un orologio, il quale rappresenta la percezione, la coscienza e la fluidità del tempo, con richiami all’ occhio egizio di “Horus” e all’ occhio “Turco” (conosciuto come Nazaren, occhio di Allah e occhio di Medusa) dotati di qualità apotropaiche.

Con l’avvento della modernità e della Secessione Viennese, nella tela “Igea (1901)” di Gustave Klimt, purtroppo distrutta in un incendio, predomina un serpente in oro che avvolge sinuosamente il braccio della dea della salute, rettile ambiguo legato al veleno e all’antidoto, con alle spalle un flusso di corpi nudi, logorati dalle malattie e impotenti contro l’inesorabile forza del tempo.

Nell’arte contemporanea, i “gingilli” diventano delle sculture da indossare, come “Il marito geloso (1940)” in ottone del cinetico Alexander Calder, costituite da linee ondulate, memore degli archetipi universali dei popoli primitivi (sole, fertilità, madre – natura). Dalla preistoria fino all’arte contemporanea, anelli, bracciali, collane, orecchini e diademi hanno intrecciato storie ed evoluzione dei materiali, sviluppo delle tecniche e concetti simbolici e astratti.

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