di Eligio Daniele Castrizio
Tra i molti denari aurei coniati durante il regno di Settimio Severo, uno in particolare attira l’attenzione degli storici e dei numismatici per la sua potente carica simbolica. Sul diritto, la moneta presenta il busto laureato e paludato dell’imperatore, emblema dell’autorità vittoriosa e della continuità della tradizione senatoria. Ma è al rovescio che si coglie il vero messaggio politico: con la leggenda FELICITAS SAECVLI, campeggia al centro il busto frontale di Giulia Domna, moglie di Settimio, l’augusta, la matrona dell’impero, affiancata dai ritratti di profilo dei figli Marco Aurelio Antonino (meglio noto come Caracalla) e Publio Settimio Geta.

La disposizione non è casuale: madre al centro, figli ai lati, a formare un’icona familiare idealizzata. Un’allegoria della felicitas, quella serenità dei tempi garantita dalla stabilità di una dinastia salda e vittoriosa, custode del potere imperiale e della pace contro le minacce barbariche.
Ma quel denario non è una novità assoluta: riprende un modello augusteo. Anche il primo imperatore, Augusto, fece coniare una moneta con al diritto il proprio ritratto e al rovescio la figlia Giulia con i suoi due figli, Gaio e Lucio, nipoti e poi figli adottivi dell’imperatore.

Un’immagine propagandistica che suggeriva continuità, virtù domestica, successione ordinata. La famiglia imperiale diventava specchio dell’ordine romano stesso.
Eppure, la distanza tra la moneta e la realtà è abissale. Sotto la superficie della felicitas, la lotta per il potere ribolliva. Dopo la morte di Settimio Severo, nel 211 d.C., i due fratelli si trovarono a dividere l’impero. Ma la convivenza fu breve. Caracalla, spinto da una brama di dominio assoluto, fece assassinare il fratello durante un incontro di riconciliazione organizzato proprio dalla madre Giulia Domna. Secondo Cassio Dione, mentre Geta cercava rifugio tra le braccia della madre, fu trafitto a morte dalla spada del fratello. La stessa Domna fu ferita a una mano nel disperato tentativo di proteggerlo. Una scena tragica, più potente di qualsiasi tragedia greca.
Le conseguenze non si fecero attendere. Geta fu oggetto della damnatio memoriae: il suo nome fu cancellato dai documenti ufficiali, le sue statue abbattute o mutilate, i ritratti raschiati via. Un celebre dipinto antico ce lo mostra con cruda evidenza: Settimio Severo e Giulia Domna sono raffigurati in alto, ieratici, mentre in basso, dove dovrebbero comparire i due figli, il volto di Geta è stato completamente cancellato, reso un’ombra nell’immagine di una “famiglia felice” .

La Storia, in questi casi, è più potente del cinema. Altro che Hollywood. La recente orrida pellicola Il gladiatore 2, frutto di un sensazionalismo dozzinale, tenta di rievocare il mondo romano riducendolo a un circo di brutalità e decadenza, annullando ogni complessità culturale. È il riflesso di una certa tradizione anglosassone che guarda al mondo greco-romano con diffidenza, se non con aperto disprezzo: un mondo troppo raffinato, troppo legato a valori come la virtus, la auctoritas, la humanitas — troppo incompatibile, insomma, con la logica spietata del profitto e del consumismo del nostro attuale “regno di Mammona”.
Ma il fascino del passato resta più forte delle sue manipolazioni. Una semplice moneta d’oro, nata per glorificare un’illusione, oggi ci parla con voce chiara: la felicitas imperiale, lungi dall’essere realtà, era fragile costruzione di potere. E la storia di Settimio, Giulia, Caracalla e Geta ci ricorda che il sangue familiare non basta a contenere l’avidità.

