di Marco Signorile
C’era un caldo pomeriggio di luglio, ma fuori il cielo minacciava tempesta. Dentro casa, il silenzio era rotto solo dal suono tenue del televisore. E sullo schermo, in un bianco e nero che sembrava un sogno consumato, appariva lei: Anna Karenina. Non quella delle versioni patinate o dei costumi lucenti, ma l’Anna intensa e senza tempo di Greta Garbo, nell’adattamento cinematografico del 1935 diretto da Clarence Brown.
Un film denso di sguardi e silenzi, tratto dal capolavoro di Lev Tolstoj. In questa versione, la Garbo incarna con tragica eleganza una donna che sfida le regole della propria epoca per seguire la voce del cuore. Anna è sposata, madre, ma rinuncia a tutto per una passione travolgente con un ufficiale. E con quel gesto, firma il proprio destino.
La colpa non era tanto l’amore, quanto l’averlo confessato. Anna fugge allora con Aleksej. In un amore senza patria, senza promesse, ma con il brivido di essere finalmente viva. Si stringono, tremanti, in un abbraccio nuovo. Ma qualcosa vacilla. Perché l’assenza del figlio pesa più della libertà conquistata. Il piccolo Sergey, ingannato dal padre che gli dice che la madre è morta, non crede a quelle parole. E resta in attesa, con quella fede cieca che solo i bambini conoscono.
Intanto, Anna, nel mezzo della sua passione, si ferma a Venezia, dove per le calli, intravede un fanciullo e qualcosa si spezza. Decide di tornare. Scrive una lettera. Chiede di poter vedere il figlio. Ma la risposta è un rifiuto. Le viene negato persino l’abbraccio del sangue. E allora, qualcosa si incrina dentro. Anna capisce che non basta l’amore romantico per sentirsi intera. C’è un altro amore, più silenzioso e viscerale: quello di madre. Vuole tornare a vivere. Vuole farsi vedere. Vuole riprendersi il mondo. Chiede di andare all’opera, in pubblico, sotto lo sguardo della stessa società che l’ha condannata.
E lì si consuma l’incongruenza che forse Tolstoj voleva lasciare sospesa, tra realismo e paradosso. Tutti vedono la bellezza di Anna, ma nessuno la perdona. La sua presenza viene definita oltraggiosa. È troppo viva, troppo vera per essere accettata. Anna allora si fa ombra. Entra in casa di nascosto, dove vive il figlio. Lo abbraccia. Lo guarda. Gli dice la verità. E in quel gesto spezzato, forse, c’è già tutto il dramma.
Da qui, vi lascio al finale. Perché certi addii non si raccontano: si intuiscono. Oggi quel bianco e nero struggente è ancora accessibile. Il film con Greta Garbo, diretto da Clarence Brown nel 1935, è disponibile in streaming su diverse piattaforme, tra cui Amazon Video, Apple TV e Google Play Movies. Un’occasione per lasciarsi attraversare da un amore impossibile, ma eterno. E da uno sguardo – quello della Garbo – che resta impresso come una poesia taciuta.

