di Marco Signorile
Oggi, viaggiare in aereo è più un atto di fede che un gesto romantico. Si compila tutto online, si spezzetta il beauty case in mini dosi da 100 ml, si fa un bel respiro… e si parte, sperando che vada tutto bene. Ma ecco la sorpresa: nessuno controlla chi sei davvero.
Succede, eccome. Se non fai il check-in al banco e hai solo il bagaglio a mano, puoi attraversare tutto l’aeroporto senza mai mostrare un documento. Nessuno ti ferma. E se il signor Rossi passasse la sua carta d’imbarco a un amico dello stesso sesso, quel passeggero potrebbe volare al suo posto. Perché? Perché “così si risparmia tempo”.

Tempo risparmiato: forse quattro secondi a testa. Nel frattempo, però, via libera a una guerra totale contro il dentifricio formato famiglia, le creme solari, i doposole e l’acqua frizzante. La sicurezza si fa… per assurdo. Io, per esempio, sono uno che viene fermato spesso. Alle Canarie mi fecero aprire tutto, valigia e anima compresi. Negli Stati Uniti, mi portarono in una stanzetta per un controllo a campione. Chiesi perché.
“È il sistema, signore. Capita nel calcolo. Ogni tot passeggeri, uno si controlla. E lei è… frequente.” La mia risposta è meglio non riportarla. Ma la vera commedia si consuma all’ingresso: ci sono i professionisti del volo che fanno finta di essere scocciati, tipo “dai su, facciamo in fretta”, e poi quelli che prendono l’aereo per la prima volta e chiedono tutto: “dov’è il gate?”, “a che ora si imbarca?”, ci manca solo che chiedano “posso portare l’ombrello?”.
Per il personale di bordo, forse, questa nuova gestione più fluida è una benedizione. Ma per la sicurezza? Viaggiare, oggi, è un atto di fiducia cieca. Cieca come chi ti guarda, ma non ti vede.


