Di Orazio Garofalo

Il design nei film di Federico Fellini non è un semplice elemento di contorno, ma un pilastro fondamentale del suo linguaggio cinematografico, un vero e proprio strumento per plasmare un universo visivo inconfondibile. Questo universo, intriso di surrealismo, barocco e realismo magico, trascende la mera rappresentazione della realtà, immergendo lo spettatore in un sogno ad occhi aperti. Fellini, consapevole dell’importanza di questa componente visiva, collaborò con alcuni dei più grandi designer del cinema italiano, come Dante Ferretti e Piero Gherardi, instaurando con loro un dialogo creativo che ha dato vita a scenografie e costumi iconici.

Dante Ferretti, che curò le scenografie di film come “La città delle donne” e “E la nave va”, descrisse Fellini come un maestro capace di “svegliare le fantasie”. Il regista, con la sua visione onirica, lo spingeva a creare scenografie che sfidavano le leggi della fisica e della logica, trasformando i set in veri e propri sogni ad occhi aperti. Il transatlantico Rex di “Amarcord”, la base di lancio di “8½”, il mare di plastica de “Il Casanova” e l’archivio di donne de “La città delle donne” sono solo alcuni esempi di queste scenografie fantasmagoriche, che riflettono un’estetica grottesca, teatrale e nostalgica, cifra stilistica del regista.
Piero Gherardi, invece, diede un contributo fondamentale alla creazione dell’immaginario felliniano con i suoi costumi per film come “La dolce vita” e “8½”. I suoi abiti, spesso vere e proprie opere d’arte autonome, incarnano il simbolismo e la provocazione che caratterizzano il cinema di Fellini. Gli abiti di Anita Ekberg ne “La dolce vita”, con la loro opulenza e decadenza, sono diventati un simbolo della Roma degli anni ’60, mentre i costumi storici di “Satyricon”, reinventati con un tocco psichedelico, fondono antichità e futurismo in un connubio sorprendente.

Anche Danilo Donati, premio Oscar per i costumi de “Il Casanova”, diede un contributo essenziale all’estetica felliniana. La sua capacità di utilizzare materiali insoliti, come la plastica e il metallo, per enfatizzare l’artificialità dei personaggi, ha contribuito a creare un immaginario visivo unico e inconfondibile.
Il tono fotografico e pittorico dei film di Fellini è un altro elemento cruciale del suo design. A partire dagli anni ’60, il regista abbandonò i suoi argentei bianchi e neri per una palette di colori esuberante, utilizzando tonalità come il rosso, l’oro e il viola in “Giulietta degli spiriti” per rappresentare l’inconscio femminile, e tinte sgargianti in “Roma” per satireggiare la corruzione della Chiesa e della politica.
Fellini riempiva i suoi film di oggetti e simboli ricorrenti, come i mascheroni e i volti grotteschi presenti in “Il Casanova” e “E la nave va”, e animali e figure surreali come la manta mostruosa nel finale de “La dolce vita” e il rinoceronte in “E la nave va”, alludendo al mistero della vita e della morte. Questi elementi, carichi di significato simbolico, contribuiscono a creare un’atmosfera onirica e surreale, tipica del cinema felliniano.
In definitiva, il design felliniano, con la sua capacità di amplificare l’atmosfera di “teatro nella vita”, ha arricchito il bagaglio visivo e spirituale di generazioni di spettatori, influenzando anche altri artisti, come Tim Burton, Paolo Sorrentino, Wes Anderson, Dolce & Gabbana, Jean Paul Gaultier e Takashi Murakami. La sua eredità continua a vivere nel cinema, nella moda e nell’arte contemporanea, testimoniando l’impatto indelebile del suo genio creativo.

