di Susy Carbone
L’attore e cantante si racconta dopo lo straordinario successo al Castello di Santa Severa. Il cammino artistico, la responsabilità di un ruolo iconico e l’incontro speciale con la solidarietà dell’Associazione Andrea Tudisco.
Sabato 4 luglio, nella cornice del Castello di Santa Severa (Roma), è andato in scena Forza Venite Gente, lo storico musical dedicato a San Francesco d’Assisi, evento inserito nella programmazione culturale estiva del Castello.
Con la regia di Ariele Vincenti e le coreografie di Dalila Frassanito, lo spettacolo prodotto da Soni Produzioni ha visto Michelangelo Nari nel ruolo di San Francesco, affiancato da Mauro Mandolini, Giulia Cecchini, Giulia Gallone, Benedetta Iardella, Francesco Boschiazzo e Alessandro Lo Piccolo.
Particolarmente significativo il momento finale dedicato all’Associazione Andrea Tudisco, impegnata a sostenere i bambini costretti a trasferirsi a Roma per cure specialistiche, a conferma del valore umano e solidale della serata.
Il racconto dell’Associazione ha risvegliato in me ricordi profondi: l’esperienza vissuta accanto a mio fratello, gli anni da insegnante in cui portavo in scena Forza Venite Gente con i miei alunni e il ricordo del costume del Sole, realizzato da mio padre, Eugenio Carbone, per la canzone E Volare Volare (custodito nel suo Archivio Storico).

È nata così l’idea di intervistare il protagonista del musical.
Chi è Michelangelo Nari
Michelangelo Nari è cantante e attore di musical. Dopo la laurea in Psicologia ha scelto di dedicarsi alla musica, lavorando in produzioni come Siddhartha, Shrek, Caino e Abele e Forza Venite Gente, oltre a collaborare con il Teatro Massimo di Palermo e il Teatro dell’Opera di Roma.
Con lui abbiamo ripercorso le tappe del suo cammino artistico, fino all’interpretazione di San Francesco, uno dei ruoli più significativi della sua esperienza artistica.
L’intervista: sul palco e oltre la scena
Ricordi il momento in cui hai capito che il palcoscenico sarebbe diventato parte della tua vita?
“Ho capito che il palcoscenico avrebbe fatto parte della mia vita il 25 febbraio 1999, a sedici anni, ascoltando in televisione un brano di Notre-Dame de Paris. Ho provato un’emozione così forte da desiderare di trasmetterla, un giorno, agli altri. All’inizio sognavo di cantare; poi ho scoperto nel teatro un linguaggio capace di unirsi alla musica. Oggi porto avanti entrambe le passioni.”

Interpretare figure come San Francesco porta con sé una grande responsabilità: come vivi il momento in cui il sipario si apre e senti di dover entrare completamente nella storia che stai raccontando?
“Quando si interpreta un personaggio come San Francesco si sente una grande responsabilità: il pubblico affida all’artista due ore della propria vita e bisogna esserne all’altezza. Con l’esperienza ho imparato però a non viverla come un bisogno di dimostrare qualcosa, ma come la ricerca di autenticità. Quando si smette di pensare a sé stessi e si inizia a raccontare davvero una storia, nasce il legame più profondo con il pubblico.”
Interpretare San Francesco ha cambiato anche il tuo percorso umano, oltre che artistico? Quale insegnamento del Santo senti di aver fatto tuo?
“Sicuramente sì. Francesco mi ha insegnato il coraggio di essere autentico: essere gentili senza essere deboli, sinceri senza aggressività e coerenti con sé stessi. La sua storia dimostra che la determinazione e la fedeltà alla propria verità, prima o poi, vengono riconosciute.”

In un tempo segnato da conflitti e fragilità, credi che il messaggio di San Francesco sia ancora attuale e necessario?
“Assolutamente sì, è un messaggio ancora attuale. Francesco insegna che si può restare fedeli alle proprie idee senza trasformare chi è diverso da noi in un nemico. Il suo è un invito alla relazione, al dialogo e a guardare prima di tutto la persona che abbiamo di fronte.”
Come ci si prepara ad interpretare un personaggio tanto amato e così profondamente radicato nella storia e nella spiritualità?
“Per interpretare San Francesco ho cercato di andare oltre l’immagine del santo perfetto, concentrandomi sull’uomo: le sue paure, fragilità e dubbi. È proprio dalla sua umanità che nasce l’emozione del personaggio. Ho poi portato la mia personale lettura, unendo alla sua profondità anche aspetti del mio modo di essere, come il sorriso.”

C’è una scena dello spettacolo che continua a emozionarti o che senti più vicina alla tua sensibilità?
“La scena che più mi emoziona è quella prima della morte di Francesco, quando il santo lascia spazio all’uomo, con i suoi dubbi e le sue fragilità. È il momento in cui riesco a mettere in gioco anche le mie emozioni più profonde. Il finale con Laudato sii, invece, rappresenta il momento di maggiore comunione con il pubblico.”
Quanto influisce il pubblico sulla tua intrapetrazione?
“Moltissimo. Ogni replica è diversa perché cambia la platea e la sua energia. Il teatro nasce proprio dall’incontro tra attori e spettatori: il nostro compito è essere autentici, perché il pubblico riconosce la verità delle emozioni. La conferma arriva quando qualcuno si riconosce nella storia o si lascia coinvolgere profondamente.”
C’è una rappresentazione di Forza Venite Gente che porti nel cuore?
“Oltre alla prima a Bari, sicuramente quella al Teatro Ariston di Sanremo. Non solo per il prestigio del luogo, ma perché ha significato tornare nella mia terra e condividere lo spettacolo con tante persone del mio passato. In quel momento ho sentito di aver riportato Francesco a casa mia, in Liguria.”
Come nasce il sostegno all’Associazione Andrea Tudisco?
“La scelta nasce dal desiderio della Compagnia di Forza Venite Gente e di Soni Produzioni di trasformare il messaggio francescano dell’amore verso il prossimo in un aiuto concreto. L’Associazione Andrea Tudisco offre ospitalità gratuita alle famiglie costrette a trasferirsi a Roma per le cure dei propri figli, al Bambino Gesù. È un esempio straordinario di come una storia di dolore possa diventare solidarietà e speranza.”
Durante lo spettacolo, il racconto dell’associazione mi ha fatto pensare a mio padre, Eugenio Carbone, che dopo una grande perdita ha dedicato il suo impegno ai temi della fragilità e della solidarietà. Quanto conta, nel tuo percorso, il legame tra arte, fede e vicinanza concreta a chi soffre?
“Mi ha colpito molto la storia di tuo padre. Il dolore non può essere cancellato, ma può trasformarsi in qualcosa di buono: un’opera, un gesto d’aiuto, un incontro con gli altri. È ciò che ha fatto Francesco, trasformando la sofferenza in occasione di amore e vicinanza. Anche l’arte, nel suo piccolo, può generare questo: donare qualcosa di autentico a chi ci ascolta.”

Cosa speri resti nel cuore degli spettatori?
“Spero che il pubblico porti con sé il desiderio di vivere con maggiore autenticità le relazioni e la quotidianità. Anche un piccolo gesto può diventare una grande occasione di bene.”
Se potessi rivolgere una sola frase agli spettatori prima che si spengano le luci, quale sceglieresti?
“Restate aperti alle emozioni e non abbiate paura di essere autentici, di restare umani.”
C’è una domanda che non ti ho rivolto e alla quale invece ti piacerebbe rispondere?
“Chi è Michelangelo oltre il palcoscenico?” “La domanda che avrei voluto mi facessi è proprio questa. Il teatro e la musica sono parti fondamentali della mia vita, ma non mi definiscono completamente. Sono una persona curiosa, che ama ascoltare e conoscere gli altri. Quello che cerco sono incontri autentici, in cui non serva interpretare un ruolo, ma essere semplicemente sé stessi.”
Quanto senti vicino il pensiero di Eugenio Carbone, secondo cui creatività e talento possono trasformare il dolore in bellezza?
“Credo profondamente che ciò che abbiamo dentro possa diventare uno strumento per attraversare le difficoltà e trasformarle in qualcosa di buono da condividere con gli altri. L’arte, come la vita, può dare un senso alle ferite e trasformarle in occasioni di incontro, crescita e generosità.”
Riflessioni finali
Con queste parole si conclude la nostra chiacchierata. Ringrazio Michelangelo Nari per la disponibilità e la sensibilità con cui ha condiviso il suo mondo oltre il palcoscenico.
Personalmente, sono grata alla vita: ha il vizio bellissimo di mettere sempre sul mio cammino persone speciali che, attraverso le loro doti e i loro talenti, mi ricordano i valori più profondi di mio padre. È in questo incontro così vero e umano, che la bellezza continua a circolare, ricordandoci che la gentilezza dell’animo e l’empatia sono le forze più grandi che abbiamo.


