di Marco Signorile
Aveva novantuno anni Gino Paoli, uno dei simboli più profondi della canzone d’autore italiana. Con lui scompare una voce ruvida e poetica che, a partire dagli anni Sessanta, contribuì a cambiare il modo stesso di scrivere e raccontare la musica nel nostro Paese.
Quando in televisione comparve per la prima volta la parola cantautore, l’Italia era ancora una società prudente e provinciale. Paoli apparteneva a quella generazione di artisti che scosse quell’equilibrio: Luigi Tenco, Sergio Endrigo, Bruno Lauzi. La cosiddetta scuola genovese, che portò nella musica italiana una nuova profondità narrativa.
Non più soltanto storie d’amore, ma inquietudine, solitudine, domande sull’esistenza. Canzoni che parlavano dell’innamoramento, del malessere dei giovani, di vite vere. Spesso le sue.
“La gatta”, “Il cielo in una stanza”, “Senza fine”. Brani entrati nella memoria collettiva. Nelle sue composizioni si avvertivano le influenze della chanson francese e del jazz, ma anche una libertà formale rara per la musica leggera di quegli anni: melodie essenziali, pochi ritornelli, molta anima.
Proprio a Genova, nella sua città, nacque una delle sue canzoni più celebri. “La gatta”. Una soffitta vicina al mare, una finestra aperta sul porto, l’odore della città che entrava nelle stanze. Da quella immagine semplice e malinconica prese forma una delle pagine più amate della canzone italiana.
Tra i rapporti artistici più intensi della sua carriera resta quello con Ornella Vanoni, interprete ideale della sua scrittura. Fu lei a chiedergli un brano. Paoli arrivò con “Senza fine”. Fu un colpo di fulmine, artistico e sentimentale.
Lei, voce di velluto.
Lui, cantautore introverso e disincantato.
Una relazione irregolare e magnetica che nessuna crisi riuscì mai davvero a spezzare. Amanti, amici, complici: le loro canzoni continuarono a raccontare quella tensione emotiva fatta di attrazione e distanza.
La vita di Paoli non fu mai lineare. Introverso e riservato, finì spesso al centro dell’attenzione pubblica: la relazione con una giovanissima Stefania Sandrelli, dalla quale nacque Amanda, mentre dalla moglie stava aspettando il figlio Giovanni. Poi l’impegno politico, le amicizie forti, le ferite private.
E soprattutto quell’episodio che segnò per sempre la sua esistenza: il colpo di pistola al cuore, una pallottola rimasta nel suo corpo in un punto impossibile da operare. Un equilibrio fragile e misterioso che lo accompagnò per tutta la vita.
L’ultima apparizione sul palco dell’Ariston, a Sanremo, fu quasi un ritorno a casa. Quel festival che lo aveva ospitato più volte e che aveva contribuito a rendere la sua voce familiare a milioni di italiani.
La notizia della sua morte è arrivata proprio da Genova, la città dove tutto era cominciato. La famiglia ha comunicato il decesso chiedendo la massima riservatezza, nel rispetto di un carattere sempre schivo e lontano dai clamori.
Genova si è svegliata così con la notizia della scomparsa di uno dei suoi figli più profondi.
Gino Paoli non era soltanto un cantante. Era un uomo che aveva trasformato la fragilità in poesia.
E forse è proprio questo il motivo per cui le sue canzoni sembrano davvero, come diceva una delle sue più celebri, senza fine.


