di Marco Signorile
Si può raccontare un Festival senza parlare di musica.
Basta osservare come si entra in scena.
La 76ª edizione di Sanremo, vissuta quest’anno tra Milano Fashion Week e White, mi ha regalato uno sguardo diverso. Non nei corridoi dell’Ariston come in passato, tra interviste e radio, ma da spettatore attento. E forse proprio per questo ho colto un dettaglio tutt’altro che secondario: l’eleganza è tornata protagonista.
Non un’eleganza urlata.
Non l’eccesso costruito per diventare titolo.
Ma una misura consapevole, quasi collettiva.
Partiamo da Laura Pausini.
Dopo i primi giorni all’insegna del glamour più strutturato, ha scelto linee più audaci: pelle total black, silhouette decise, qualche azzardo non sempre centrato. Ma la vera eleganza non è solo nel taglio di un abito. È nella postura. E Laura quest’anno ha fatto qualcosa di raro: ha fatto un passo indietro. Ha lasciato spazio agli artisti, si è messa al servizio del racconto. Spontanea, emotiva, mai invadente. È lì che ha vinto davvero.

Poi la grazia naturale di Bianca Balti, in Valentino. Non ha semplicemente indossato un abito: lo ha abitato. Linee pure, movimento armonico, presenza internazionale. Il palco si è illuminato senza bisogno di effetti.

Interessante la metamorfosi di Arisa: una femminilità più consapevole, silhouette mature, sicurezza nuova. Coerenza prima ancora che glamour.

E poi la teatralità identitaria di Achille Lauro. Gioielli importanti, richiami quasi regali, costruzioni visive pensate. Lui non si limita a vestirsi: costruisce un’immagine. E quando l’immagine è coerente, non è eccesso. È linguaggio.

Tra le scelte più solide, i pantaloni autorevoli di Fiorella Mannoia, la femminilità forte di Levante in pelle nera, e la misura impeccabile di Giorgia Cardinaletti, sempre elegante nella sua professionalità.

Ho sorriso davanti all’anti-glamour studiato di Fulminacci: giacca oliva e pantaloni verdi quasi dissonanti. Apparente stonatura che su di lui diventava cifra stilistica. Perché il segreto resta uno: coerenza.

Se devo unire immagine e musica, la mia scelta personale resta Ditonellapiaga. Camaleontica, provocatoria, intelligente. “Che fastidio!” è un brano pungente e contemporaneo. Il suo non era un outfit da passerella: era costume scenico, costruzione teatrale. E la parrucca fucsia? Iconica, perché raccontava un’identità.

E poi un’immagine che resta: l’orchestra che solleva i cappelli in omaggio a J-Ax. Un gesto semplice, ma profondamente teatrale. A volte il dettaglio vale più dell’abito.

Sanremo 2026 si chiude così.
Con un’eleganza meno rumorosa e più consapevole.
Con artisti che hanno scelto misura invece di eccesso.
Io l’ho osservato da spettatore, tra sfilate e showcase.
Chissà, magari il prossimo anno tornerò nei corridoi dell’Ariston.
Ma una cosa è certa: sul palco vince sempre chi sa essere sé stesso.

