Sanremo 2026. Quando l’eleganza diventa spettacolo

di Marco Signorile

Si può raccontare un Festival senza parlare di musica.
Basta osservare come si entra in scena.

La 76ª edizione di Sanremo, vissuta quest’anno tra Milano Fashion Week e White, mi ha regalato uno sguardo diverso. Non nei corridoi dell’Ariston come in passato, tra interviste e radio, ma da spettatore attento. E forse proprio per questo ho colto un dettaglio tutt’altro che secondario: l’eleganza è tornata protagonista.

Non un’eleganza urlata.
Non l’eccesso costruito per diventare titolo.
Ma una misura consapevole, quasi collettiva.

Partiamo da Laura Pausini.
Dopo i primi giorni all’insegna del glamour più strutturato, ha scelto linee più audaci: pelle total black, silhouette decise, qualche azzardo non sempre centrato. Ma la vera eleganza non è solo nel taglio di un abito. È nella postura. E Laura quest’anno ha fatto qualcosa di raro: ha fatto un passo indietro. Ha lasciato spazio agli artisti, si è messa al servizio del racconto. Spontanea, emotiva, mai invadente. È lì che ha vinto davvero.

Poi la grazia naturale di Bianca Balti, in Valentino. Non ha semplicemente indossato un abito: lo ha abitato. Linee pure, movimento armonico, presenza internazionale. Il palco si è illuminato senza bisogno di effetti.

Interessante la metamorfosi di Arisa: una femminilità più consapevole, silhouette mature, sicurezza nuova. Coerenza prima ancora che glamour.

E poi la teatralità identitaria di Achille Lauro. Gioielli importanti, richiami quasi regali, costruzioni visive pensate. Lui non si limita a vestirsi: costruisce un’immagine. E quando l’immagine è coerente, non è eccesso. È linguaggio.

Tra le scelte più solide, i pantaloni autorevoli di Fiorella Mannoia, la femminilità forte di Levante in pelle nera, e la misura impeccabile di Giorgia Cardinaletti, sempre elegante nella sua professionalità.

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Ho sorriso davanti all’anti-glamour studiato di Fulminacci: giacca oliva e pantaloni verdi quasi dissonanti. Apparente stonatura che su di lui diventava cifra stilistica. Perché il segreto resta uno: coerenza.

Se devo unire immagine e musica, la mia scelta personale resta Ditonellapiaga. Camaleontica, provocatoria, intelligente. “Che fastidio!” è un brano pungente e contemporaneo. Il suo non era un outfit da passerella: era costume scenico, costruzione teatrale. E la parrucca fucsia? Iconica, perché raccontava un’identità.

E poi un’immagine che resta: l’orchestra che solleva i cappelli in omaggio a J-Ax. Un gesto semplice, ma profondamente teatrale. A volte il dettaglio vale più dell’abito.

Sanremo 2026 si chiude così.
Con un’eleganza meno rumorosa e più consapevole.
Con artisti che hanno scelto misura invece di eccesso.

Io l’ho osservato da spettatore, tra sfilate e showcase.
Chissà, magari il prossimo anno tornerò nei corridoi dell’Ariston.

Ma una cosa è certa: sul palco vince sempre chi sa essere sé stesso.