SIMON CRACKER: La libertà della crepa

di Marco Signorile

La sfilata si apre con delle voci.
Voci di zie.

Non è un effetto scenico. È una dichiarazione.

Una favola imperfetta che parla di famiglia, di donne eccentriche, di ricordi sospesi tra provincia e città. Le zie degli altri che ti ricordano le tue. Illiana, Alberta, Prima. La nonna Alba. Figure che non sono folklore, ma radice.

Seduto in sala, capisco che non sto assistendo a una semplice collezione.
Sto entrando in una storia.

Simon Cracker non vuole essere cool.
Non ha mai voluto essere chic.

E forse è proprio questo il punto: liberarsi dall’idea di piacere.

La crescita qui non è un’esplosione. È lenta. Coerente. Maturata nel tempo, collezione dopo collezione, senza fretta e senza ansia di consenso.

Il concetto fondante è “crack”.
La crepa come trasformazione. Rompere ciò che è stato dimenticato per restituirgli senso. Upcycling non come tendenza, ma come linguaggio strutturale.

Eppure, osservando questa collezione Autunno/Inverno 2026-2027, percepisco qualcosa di diverso rispetto al passato.

Una libertà nuova.
Come se, questa volta, non ci fossero più freni.

Gli abiti sono uniti da piercing. Assemblati senza energia elettrica, costruiti come puzzle di nodi e incastri che rifiutano la cucitura tradizionale. Una costruzione quasi primitiva, fisica, istintiva.

Blazer e cappotti si accendono di pellicce vere e finte, riciclate e multicolore. Le silhouette settecentesche vengono scolpite nella pelle. Tutu in pelle, gonne fiocco, gonne caramella. Colletti maxi che si trasformano in mantelline.

Le pellicce si fondono con arazzi di gatti fino a diventare mantelli regali. Il workwear accoglie colli in pelliccia riciclata — anche in versione vegan — e il quotidiano si concede una teatralità dichiarata.

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Le borse nascono con orecchini.
Le scarpe diventano guanto, si coprono di piume, si costruiscono con lingerie e pelo. Gli stivali giocano con l’ironia, i “cracker boy” camminano con leggerezza provocatoria. Persino un inalatore per l’asma, trasformato in orecchino, entra in scena: oggetto funzionale che diventa gesto estetico.

I completi sartoriali maschili si accorciano in shorts infiocchettati. I vestiti vengono sporcati di colore a mano. Nulla resta intatto. Tutto viene attraversato.

Qui il riuso non è un esercizio morale.
È una presa di posizione contro l’idea che la moda debba essere perfetta, levigata, nuova per definizione.

Non è sostenibilità come etichetta.
È sostenibilità come identità.

Il PUNKINDNESS non è uno slogan. È un metodo.

Nel mondo che urla, il gesto punk diventa un abbraccio. Le borchie lasciano spazio ai merletti delle zie. Il grido cede il posto al ringraziamento.

E questa volta ho percepito una maturità serena.
Una libertà piena.

Come se il brand, dopo anni di costruzione lenta, avesse smesso di chiedere permesso.

Ho scelto di seguire Simon Cracker per questa espressività creativa che non è costruita, ma reale.

Ho conosciuto personalmente alcune figure chiave del team: presenze solide, coerenti, conferme umane prima ancora che professionali.

Al di là degli accrediti stampa e dei comunicati — strumenti utili e necessari — ciò che conta è ciò che ho potuto osservare da vicino, in showroom e in passerella. Ed è esattamente quello che ho raccontato.

Senza celebrazioni inutili, aggiungo solo questo: Simon è una persona gentile, attenta, rispettosa dei ruoli altrui.

Una forma autentica, concreta, imponente del nostro Made in Italy.

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Il “crack” non è rottura.
È apertura.

Le crepe non dividono.
Liberano.