Michael Jackson. Danza, corpo e mito: il film che accende la scena.

di Marco Signorile

Ci sono artisti che si raccontano.
E poi ci sono artisti che restano.

Michael Jackson appartiene a questa seconda categoria: non si esaurisce, non si chiude, non si lascia davvero afferrare. Il film Michael, diretto da Antoine Fuqua, prova a fare qualcosa di rischioso: dare forma a un’assenza che continua a essere presenza.

Lo fa attraversando la sua vita come un flusso continuo, dall’infanzia con i Jackson 5 fino all’apice di un successo planetario che ha cambiato per sempre il modo di intendere la musica, l’immagine, il corpo sulla scena.

Michael Jackson non ha solo cantato.
Ha generato linguaggi.

Ogni album è stato un passaggio, ogni videoclip un evento. Non semplice promozione, ma racconto visivo, spettacolo dentro lo spettacolo. E ancora oggi resta quella sensazione precisa: il desiderio di tornare a guardarlo, ad ascoltarlo, come se qualcosa ci fosse sempre sfuggito.

Il film lo sa.
E non forza. Ci gira intorno.

Il cuore emotivo del racconto passa anche attraverso lo sguardo di chi lo ha accompagnato: Berry Gordy, Diana Ross, Quincy Jones. Presenze che non sono solo nomi, ma punti di equilibrio tra talento e industria, tra intuizione e costruzione.

E poi c’è lui, il corpo che torna in scena.

Jaafar Jackson, 29 anni, figlio di Jermaine, non imita.
Evoca.

Ed è qui che il film trova la sua verità più fragile — e più riuscita: non nella perfezione, ma nella vicinanza emotiva. In quel confine sottile dove non stai più guardando un attore, ma qualcosa che ti ricorda — senza mai replicarlo davvero – ciò che è stato.

Perché il punto resta questo: il mito di Michael Jackson non si consuma.
Si studia. Si guarda. Si ascolta.
E ogni volta ricomincia.

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E, fuori dalla sala, il segnale arriva chiaro.
Il pubblico risponde.

Nonostante letture critiche contrastanti, Michael — diretto da Antoine Fuqua — ha esordito con numeri importanti anche in Italia, superando il milione di euro già nel primo giorno.

Un dettaglio, forse.
Ma sufficiente a ricordare che certe presenze non hanno bisogno di spiegazioni.

Il film arriva fino al Bad World Tour, momento simbolico di un’apoteosi che è già leggenda. Ma ciò che resta, uscendo dalla sala, non è la cronologia. È una domanda sospesa: quanto di Michael Jackson abbiamo davvero capito? E quanto, invece, continuerà a sfuggirci?

C’è poi un livello più silenzioso, che il film sfiora e che per alcuni spettatori diventa inevitabilmente personale.

Per chi è cresciuto con Michael Jackson, la sua presenza non è mai stata soltanto artistica. È stata una compagnia costante, una traiettoria parallela che ha attraversato gli anni: dai primi ascolti fino alla maturità, tra musica, immagini e videoclip — da Thriller in poi — che hanno ridefinito l’idea stessa di racconto visivo.

Decennio dopo decennio, Michael Jackson non è stato solo un riferimento.
È stato, per molti, una soglia.

Un passaggio necessario per chi, anche inconsapevolmente, ha iniziato a guardare l’arte non più da spettatore, ma da possibile interprete.

Artista irripetibile, certo. Ma anche figura complessa, attraversata da contraddizioni, esposta al giudizio, amata e criticata con la stessa intensità con cui ha vissuto la scena.

Eppure, sotto tutto questo, rimane una linea coerente: un’attenzione costante al mondo, al sociale, agli altri.

Come se avesse costruito un universo intorno a sé necessario, forse, per proteggersi senza mai smettere davvero di guardare oltre.
E di provare, a modo suo, a esserci.

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