di Rossana Lucente
“Mata Hari” è ricordata tanto per la sua fama di danzatrice esotica, quanto per la leggenda della spia durante la Prima Guerra Mondiale. Il suo primo debutto da “autodidatta” risale al 1905 presso il “Musée Guimet” di Parigi, dopo il fallimento del matrimonio con il capitano olandese Rudolf MacLeod, e, la perdita di uno dei due figli, entrambi avvelenati dalla domestica indigena per rappresaglia contro il “padrone”, durante il soggiorno a Giava, nelle Indie orientali olandesi (attuale Indonesia).
I suoi costumi contribuirono in modo decisivo a costruire un personaggio che mescolava fantasia orientale, sensualità e spettacolo. Uno dei suoi elementi distintivi era il “reggiseno gioiello”, ossia il busto coperto da collane, pietre, perle e decorazioni metalliche, più ornamentali che funzionali. Mentre durante le esibizioni rimuoveva gradualmente veli di seta e chiffon, creando un effetto teatrale e audace per il pubblico dell’epoca . Inoltre, sul capo portava turbanti orientaleggianti, riccamente decorati con diademi, e, strati di gioielli vistosi per decorare braccia, caviglie e punto vita.
Infine, i tessuti preziosi come il broccato e il velluto, ricamati in oro, evocavano un lusso esotico molto apprezzato dalla Belle Époque. Molti costumi, ispirati alle culture indiane, giavanesi, persiane ed egizie, erano progettati per essere rapidamente smontati durante la danza, anticipando il moderno concetto di costume scenico trasformabile.
L’iconografia del mito: tra fotografia e pittura
Nelle foto ritoccate a colori di “Mata Hari (1906)” di Henry Manuel ed Reutlinger si tendeva ad accentuare la pelle dorata e i gioielli scintillanti, con pose ispirate alle sculture indiane, ambientazioni con templi, fiori di loto e drappi, iconografia che rifletteva più l’immaginario europeo dell’epoca che la cultura asiatica reale.

Mentre nel dipinto di “Mata Hari (1916)” di Isaac Israëls, la donna appare in un elegante abito nero occidentale e cappello elaborato, perfettamente in linea con la moda parigina dei primi del Novecento.

Lei stessa raccontava di essere una principessa cresciuta in Oriente, romanzando la sua infanzia costruita per alimentare il mistero, e attribuendosi il nome “Mata Hari”, ovvero “occhio del giorno o del sole”, in lingua malese, quando in realtà il suo nome era “Margaretha Geertruida Zelle”, nata il 7 agosto 1876 a Leeuwarden (Paesi Bassi).
Il declino, l’accusa di spionaggio e il plotone d’esecuzione
Le sue relazioni amorose con diplomatici e uomini influenti, tra cui Vadim Maslov, ufficiale dell’aviazione russa, gettarono le basi per una condanna di spionaggio al servizio della Germania, da parte della Francia.
Venne fucilata il 15 ottobre 1917 presso il Castello di Vincennes, vicino a Parigi, affrontando il plotone d’esecuzione con freddezza e senza benda sugli occhi. Il suo corpo non fu mai reclamato dai familiari, rendendolo così disponibile per gli studi anatomici.

L’eredità senza tempo nello stile e nella moda
L’estetica di “Mata Hari” ha influenzato stilisti, costumisti e fotografi per oltre un secolo. Il suo stile continua a ispirare collezioni caratterizzate da veli e trasparenze, gioielli indossati come parte dell’abito, ricami dorati e silhouette ispirate all’Oriente reinterpretato in chiave teatrale, con accessori scenografici che fondono moda e performance.
La sua immagine resta uno degli esempi più celebri di come il costume possa diventare uno strumento di narrazione e costruzione di un’identità pubblica.


