di Francesca Mirabelli
Una produzione multimediale trasforma il Museo di Piazza Bilotti in un’esperienza sensoriale totale, restituendo la potenza visionaria dell’artista viennese e il mistero delle sue figure femminili.
Cosenzariapre il suo Museo Multimediale di Piazza Bilotti inaugurando una stagione nuova con “Klimt: l’incanto dorato”, una produzione immersiva visitabile fino al 31 marzo 2026. Non è solo una mostra, è un ambiente totale in cui le superfici diventano schermi e lo spazio si fa racconto. Ma il cuore del progetto, al di là della tecnologia, è l’incontro con Gustav Klimt in ciò che ha di più radicale: l’oro e la donna.Nel lavoro di Klimt l’oro non è un abbellimento, è grammatica. Un’eredità antica, le icone e i mosaici bizantini, riforgiata nella Vienna fin de siècle, dove l’artista trasforma la foglia d’oro in spazio mentale. L’oro sospende la prospettiva, neutralizza la profondità e istituisce un tempo verticale, liturgico, in cui il presente aderisce all’eterno. Non illumina, ascolta, avvolge le figure, ne trattiene il respiro, le isola dall’aneddoto.I pattern non sono semplici decori, sono unità minime di senso. Quadrati, spirali, alveoli: micro-architetture che tessono un campo magnetico in cui il corpo, ridotto a segno essenziale, vibra.

L’ornamento, tanto denigrato dall’età del ferro e del calcestruzzo, in Klimt diventa pensiero visivo, fa da ponte tra il biologico (la pelle) e il simbolico (il mito), tra la cronaca di una società modernissima e l’eco di un’iconografia senza tempo.Dire “femme fatale” a proposito di Klimt è comodo, ma fuorviante. Le sue donne non sono tipi, sono luoghi. Luoghi in cui l’identità si stratifica come foglia d’oro. Sotto la superficie, altre superfici. La frontalità ieratica non cancella la psicologia, la comprime. Gli sguardi — talvolta diretti, talvolta obliqui — non seducono né respingono ma regolano la distanza tra chi guarda e chi è guardato.Quando il volto si fa maschera e l’abito un firmamento di grafemi, Klimt mostra che il femminile non è oggetto ma campo di forze.
Eros e thanatos non sono i due estremi di una corda; sono filamenti intrecciati nella stessa trama. Il gioiello non è ornamento di status, è protesi identitaria; la capigliatura, una corrente elettrica; le mani, alfabeti. C’è un’etica del tatto in queste opere: la pelle come confine poroso tra interno ed esterno, tra desiderio e forma, tra individuo e ornamento sociale.La scala conta.

L’ingrandimento digitale porta il dettaglio — una lamina, un occhio, un motivo geometrico — al rango di paesaggio. Così appare ciò che spesso sfugge dal vivo, le tensioni di bordo, i passaggi dal piano al rilievo, l’incrinatura tra figura e fondo. Immersi nel flusso, ci si accorge che la decorazione non incornicia la donna ma la genera, come un campo magnetico che fa emergere la forma dal rumore.L’audio non accompagna: modula. Valzer e dissonanze aprono varchi temporali — la Vienna dell’innovazione, della psicoanalisi, dei caffè e delle Secessioni — mentre la ripetizione dei pattern produce una quasi-trance. È un vedere che somiglia all’ascolto: la retina prende il ritmo, il cervello connette.Nel pieno di un’epoca che frammenta l’attenzione, Klimt insegna la concentrazione dello sguardo. L’oro, lungi dall’essere un eccesso, è una disciplina che riduce il mondo alle sue coordinate fondamentali — corpo, tempo, desiderio — e le rende leggibili.
La donna di Klimt, icona e individuo insieme, ci parla di soggettività complesse prima ancora che il linguaggio teorico le nominasse.Visitare questa produzione significa misurarsi con una tesi precisa: che l’immagine, quando è pensata come stratificazione di sensi, può ancora produrre conoscenza, non solo stupore. E che l’arte, anche quando scintilla, non è mai semplice lusso dello sguardo, ma lavoro del pensiero.
“Klimt: l’incanto dorato” è a Cosenza, al Museo Multimediale di Piazza Bilotti, fino al 31 marzo 2026. Un’occasione per rivedere Klimt con occhi nuovi: non per ciò che già sappiamo dei suoi ori, ma per ciò che i suoi ori sanno di noi.


