Morbida con te – dura con i problemi: litigare mantenendo il rispetto per il partner

di Daniela Cavallini

Oggi affronto la differenza tra accusare il partner e disapprovare il suo comportamento, ovvero esprimere contrarietà per un suo atteggiamento, senza mortificare la sua persona.

Molto spesso, quando si litiga, si tende a non considerare questa sostanziale differenza, sferrando impulsivamente l’attacco alla persona, talvolta scadendo nell’insulto, se non addirittura nell’offesa. Questo aspetto, oltre ad essere fuorviante ed inefficace, è pericoloso perché innesca l’interminabile escalation.

“Sei uno xxxxxx”, significa offendere la sua persona, mentre “sono molto arrabbiata/non sono d’accordo con quanto hai detto o fatto”, presuppone un disaccordo concentrato su “quel” comportamento e genera apertura al dialogo chiarificatore.

Spesso si sottovaluta il potere delle parole, con il risultato di irrigidirsi a livello personale con la persona che amiamo. E, sappiamo bene, che questo atteggiamento non è privo di conseguenze.

Il peso delle parole e la ferita dell’offesa

Finita la lite, pare tutto “a posto”, ma non è così: abbiamo registrato, consciamente o inconsciamente, l’esserci sentiti reciprocamente accusati e respinti. Quando ci riteniamo offesi, ne portiamo la ferita. Quel che è detto è detto e a poco servono le scuse!

“Oh, ma te la prendi per così poco!”

soventemente esprime la “controparte”… Ma l’offesa, che talvolta solo relativamente si differenzia dall’insulto – epiteto -, non è oggettiva: è frutto della nostra percezione.

E la percezione deriva dal nostro vissuto, ovvero dalle nostre credenze formatesi sin dalla nascita, attraverso l’educazione ricevuta dai genitori e/o dalle persone considerate di riferimento. Ci offende una frase, magari di per sé non così grave, in quanto, inconsciamente, è revocatrice di un episodio che ci ha colpito nella nostra infanzia, generando in noi una proporzionale reazione, apparentemente esagerata.

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L’autocontrollo come tecnica e atteggiamento mentale

L’unico rimedio che conosco è l’autocontrollo. È solo questione di costante esercizio, sino ad acquisire tale tecnica come nostro atteggiamento mentale, che attueremo con ovvietà.

E, fidatevi, se ci sono riuscita io, che ero un’impulsiva “indomabile”… può riuscirci chiunque. Chiunque si renda conto dell’importanza intrinseca delle parole.

La trappola dei vecchi risentimenti e l’inefficacia del brontolio

Una lite può essere furiosa, ma circoscritta. Rinfacciare al partner “quella volta che…” accomunando alla momentanea diatriba vecchi risentimenti, ci priva della volontà di ricercare l’opportuna soluzione che richiederebbe immediatezza, inducendoci sull’insulsa via del brontolio.

Già… l’inefficacia del brontolio ovvero quel comportamento, per nulla incisivo, che scatena nel partner reazioni, più o meno grossolane, tuttavia sempre irrispettose e intrise di sufficienza.

A completare l’incresciosa situazione, spesso concorre il non parlarsi per giorni. Poi, come si dice, “una volta sbollita la rabbia”, si riprende a parlarsi, spesso soccombendo al problema, che pertanto tale resta, con l’aggravante che ognuno ha cumulato un elemento di risentimento in più, “buono” per il prossimo litigio.

Quanto malumore eviteremmo se adottassimo un dialogo costruttivo, orientato al confronto, scevro da accuse, sufficienza e sfide, atto a dirimere le cause scatenanti il diverbio!