Leonora Carrington. La strega che dipingeva l’invisibile

Tra libertà, esoterismo e metamorfosi: la pittura di Leonora Carrington era un atto di ribellione
di Francesca Mirabelli


C’è una scena che basterebbe da sola a raccontare un’intera vita.
Una giovane Leonora Carrington, seduta a tavola in una sala da pranzo borghese, prende un barattolo di senape e se la spalma sui piedi, tra lo sconcerto generale.
Non è un gesto di follia: è un gesto di lucidità. È la risata di chi rifiuta il copione sociale, di chi intuisce che la vera arte nasce solo quando si rompe il cerimoniale del mondo.
Quella senape gialla, profana, stonata su un piede nudo, è il primo atto di una ribellione che durerà tutta la vita. Perché Leonora Carrington, prima ancora di diventare una delle figure più magnetiche del Surrealismo, ha fatto della libertà la sua unica religione.
Nata nel 1917 nel Lancashire, in una famiglia dell’alta borghesia cattolica, Leonora cresce tra collegi femminili, suore severe e buone maniere. Ma già da bambina sente che il reale le va stretto.
Le leggende irlandesi raccontate dalla madre e dalla governante le aprono una via di fuga: nei suoi sogni appaiono cavalli, streghe, spiriti. Il mondo invisibile le si rivela presto come una seconda realtà, più autentica, più sua.
Espulsa da due istituti, trova nell’arte il suo linguaggio naturale. A Londra studia con Amédée Ozenfant, ma anche lì la disciplina le pesa. Leonora non dipinge per imparare: dipinge per liberarsi.
L’incontro con Max Ernst nel 1937 la introduce nel cerchio dei surrealisti, ma lei non accetta di restare un’ombra dietro al maestro.
Il gruppo di Breton, Dalí e compagni la incuriosisce, ma non la conquista: Leonora non vuole interpretare i sogni maschili, vuole generare i propri.
Nel celebre Self-Portrait (Inn of the Dawn Horse), la sua figura in bianco siede accanto a un cavallo e a una iena: è un autoritratto e un incantesimo, un manifesto della propria identità mutante.
Il cavallo è l’anima libera, la iena la complicità selvaggia, la stanza un confine tra lucidità e trance. In quel quadro, come nella scena della senape, Carrington ride della convenzione, della posa, della “bella immagine”. Trasforma l’ironia in atto magico.
Durante la guerra, la sua vita implode. Ernst viene arrestato, lei fugge fino a Madrid e finisce internata in una clinica psichiatrica. Ma anche lì, nell’abisso, la sua immaginazione non si spegne: anzi, si accende.
Scriverà più tardi Giù in fondo, un testo di una lucidità visionaria, in cui racconta l’esperienza della reclusione come passaggio iniziatico.
Da quel punto in poi, la follia non è più un pericolo ma una porta.
Il suo esoterismo nasce qui: dal contatto con ciò che non si può spiegare. L’alchimia, l’astrologia, le trasformazioni degli elementi diventano i codici del suo linguaggio. Ogni quadro è un esperimento di trasmutazione: materia che diventa spirito, dolore che diventa colore. Nel 1942 approda in Messico, terra di luce e di mistero. Qui incontra Remedios Varo e Kati Horna, con cui costruisce un piccolo regno di libertà intellettuale e affettiva.
In Messico, Leonora trova il suo vero centro. I miti celtici si mescolano ai simboli precolombiani, i riti femminili alle forme della natura. La pittura diventa un atlante dell’invisibile, una mappa di energie.
Le sue opere, come The Giantess, The Lovers, The Temptation of St. Anthony, pulsano di vita organica: donne-uccello, sacerdotesse in estasi, lune che partoriscono figure.
Ogni composizione è un laboratorio di ibridazioni, dove il confine tra umano e animale, materia e spirito, si scioglie. Nomade per destino, eretica per scelta, Leonora non appartiene a un luogo, a un movimento o a una definizione.

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È una nomade metafisica: attraversa culture, lingue, continenti, senza mai tradire se stessa. La sua pittura è precisa come un manoscritto alchemico, ma allo stesso tempo scardinata da qualsiasi sistema.
Non illustra il mistero, lo abita.
E proprio come nella scena della senape, quel piccolo scandalo domestico che racchiude un intero manifesto poetico, anche nella sua arte la provocazione è sempre accompagnata dal sorriso. Non un riso di scherno, ma un riso iniziatico, quello di chi ha visto il segreto e non ha più paura.
Leonora Carrington ha ridotto in polvere le regole del suo tempo: quelle dell’arte, della religione, della femminilità. Ha costruito una cosmologia dove il sogno è reale, dove il corpo è simbolo, dove la libertà non è diritto ma stato naturale.
Il suo Surrealismo è una disciplina dell’anima, un modo per restare fedeli al disordine sacro della vita.
E così, quando pensiamo a quella scena della senape sui piedi, non vediamo più solo una provocazione: vediamo la dichiarazione di un metodo, la prima pennellata di un’esistenza che rifiuta il servilismo dell’apparenza.
Leonora Carrington ride del protocollo, e in quella risata c’è già tutta la sua arte: il coraggio di spalare via il tovagliato e dipingere direttamente la realtà, o meglio, il suo rovescio, il suo sogno.
Dal 20 settembre 2025 all’11 gennaio 2026, il Palazzo Reale di Milano apre le sue sale a un evento di rara intensità: la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Leonora Carrington, un’immersione totale nel suo universo visionario e indomabile.
Il percorso espositivo riunisce più di sessanta lavori provenienti da musei e collezioni private di tutto il mondo, offrendo un viaggio tra tele, disegni, scritti, costumi e materiali teatrali che restituiscono l’ampiezza del suo linguaggio. Non una semplice mostra, ma una mappa dell’immaginazione di una donna che ha trasformato la pittura in pensiero, la letteratura in rito, la libertà in destino.

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