La silenziosa Moretta nei dipinti veneziani

di Rossana Lucente

La “moretta”, nota anche come “muta” o “vizard”, nacque in Francia, per poi diffondersi rapidamente nella Venezia del XVII-XVIII secolo. Realizzata in velluto nero e di forma ovale, questa insolita maschera senza lacci, era pensata per coprire quasi completamente il volto, celando i lineamenti e valorizzando la carnagione chiara, simbolo di nobiltà e raffinatezza. Originariamente le dame la utilizzavano durante le visite ai conventi delle monache, atta a preservare un atteggiamento di decoro, sobrietà e rispetto per il luogo sacro, annullando le differenze di età, di status sociale, e reprimendo eventuali sentimenti di invidia tra le donne, separando nettamente il mondo mondano da quello spirituale.

Nel dipinto “l’Autoritratto con maschera (1720-1730)” di Rosalba Carriera, l’artista tiene in mano la “muta”, normalmente adagiata sul viso, e tenuta in posizione stringendo un bottone tra i denti. Il fascino di questo accessorio era dato proprio dall’enigmatico e obbligato silenzio della donna, tra inclinazioni del capo e occhi sfuggenti, in un gioco infinito di seduzione.

Nell’opera “Il rinoceronte (1751)” di Pietro Longhi, si nota, tra il pubblico mascherato con la tipica “bautta” bianca, una dama con la “vizard” scura. Lo spettacolo è incentrato sulla esibizione del rinoceronte “Clara”, il mammifero indiano catturato e celebrato in tutte le corti europee, sino alla sua morte avvenuta durante il naufragio della nave che la trasportava, in contrasto con la teoria dell’avvelenamento, della dieta sbagliata e delle cause naturali.

Nel dipinto “La Moretta (1780)” di Felice Boscarati una ragazza indossa questo affascinante strumento di malizia, ammaliando lo sguardo dello spettatore, con movenze civettuole. La “moretta” non era riservata solo a donne sposate, nobili, cortigiane e adultere, ma veniva portata anche da ragazze nubili, in quanto permetteva loro di apparire in pubblico senza esporsi, proteggendo la loro reputazione e quella della famiglia, pur comunicando silenziosamente con potenziali sposi.

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Questa particolare maschera nera non era solo il simbolo femminile del Carnevale, ma un fedele accessorio che poteva essere sfoggiato durante le feste pubbliche, le passeggiate, le sale da gioco e gli incontri proibiti, garantendo l’anonimato e il rispetto delle norme sociali, rimanendo in voga sino al declino della Serenissima, e sopravvivendo nei dipinti d’epoca.