Il Filtro di Corcos: Un’anima tra Seta e Polvere

di Orazio Garofalo

La luce ambrata di una stanza senza tempo si posa su di lei come un velo di malinconia, accarezzando il raso roseo di una vestaglia che pare intessuta di sospiri. È seduta, ma non riposa; le mani sono poste in un’attesa carica di silenzi e gli occhi guardano oltre la cornice, verso quell’ ignoto che solo le “creature” di Corcos sanno abitare.

C’è un’eleganza ferita nella sua posa, nella gamba incrociata che rivela la curva del piede in una scarpina pallida, quasi un prolungamento del suo stesso, aristocratico pallore.Sul tavolino, il tempo ha depositato i suoi emblemi con la grazia di un rito. Un vaso di anemoni bianchi, petali come ali di farfalla, alcuni già caduti — una dolce morte bianca sul legno lucido a sigillare l’inesorabile. Accanto, lo specchio d’argento cesellato è capovolto: la superficie lucida è negata alla vista, come se la bellezza avesse timore di confrontarsi con se stessa.

È un rifiuto, o forse la resa al passare degli anni che la cipria, in quel piattino di porcellana, tenta di confondere tra i riflessi. Una polvere sottile, promessa vana contro l’ineluttabile.Ma l’inganno dei riflessi raddoppia. Alle spalle della donna incombe un secondo specchio, anch’esso muto e inutile: posto dietro di lei, non può restituirle lo sguardo, ma solo il retro della sua esistenza, il vuoto di una stanza che si fa gabbia dorata.In questo teatro di solitudini si avverte l’ombra di un complice sensibile.

È Vittorio Matteo Corcos, il pittore della “gentilezza inquieta”, che ha teso la tela nel 1890 e filtrato per lei quella bevanda calda, un gesto di devozione estetica prima di svanire. Lo scolino d’argento, abbandonato sul pavimento vicino ai piedi della donna, è il resto di un gesto intimo, forse scivolato via in un sospiro, o deposto lì da Corcos stesso per colmare un vuoto dell’anima e della composizione.Tutto in questa stanza è stato filtrato: la bevanda, la luce, il desiderio. Corcos osserva la sua musa con quella partecipazione emotiva tutta italiana, catturando l’istante in cui la giovinezza sfuma e il futuro diventa un volto che non osa più guardarsi allo specchio. Orazio Garofalo

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