I capelli rossi nei dipinti famosi

di Rossana Lucente

I capelli rossi, fuori dai canoni estetici tradizionali, venivano dipinti dagli artisti per alludere a un fascino “diverso”, sospeso tra seduzione e disapprovazione. Nella cultura antica, il colore della passione, veniva associato a uomini valorosi e dal forte temperamento come dimostra l’affresco pompeiano “Achille travestito da donna viene riconosciuto da Ulisse tra le figlie di Licomede a Sciro (I sec. d.C)”.

Mentre nell’Umanesimo, Sandro Botticelli, ritraeva la “Nascita di Venere (1485)” con onde rossastre baciate dal sole, suggerendo una bellezza divinizzata ma con un’aura insolita. Nel Rinascimento era famosa la tonalità del “rosso Tiziano”, un biondo-ramato visibile nell’ammaliante “Venere di Urbino (1538)” e nella raffinata “Flora (1515)”, modella amata dal pittore, mescolando pigmenti come carminio, robbia, ocra o vermiglione. 

La stessa “Maria Maddalena (1858-60)” di Frederik Sandys, la sposa di Cristo nel “Codice da Vinci”, ruolo contestato dalla Chiesa, sfoggiava ciocche brillanti come fiamme, divoratrici del corpo peccaminoso.

Mentre i Preraffaelliti, come Dante Gabriel Rossetti, spesso raffiguravano muse dai capelli di sangue per enfatizzare una bellezza anticonformista, come in “Lilith (1866-73)”, il demone associato alla distruzione e alla morte nella cultura mesopotamica, e conosciuta come la compagna di Adamo nella religione ebraica, prima della comparsa di Eva.

Una capigliatura di fuoco illumina la “Strega(1882)” di Louis Ricardo Falera, mentre spicca il volo su una scopa, in direzione del “Sabba”, ovvero la riunione notturna con il Diavolo, secondo il folklore popolare, e le accuse del Tribunale dell’Inquisizione, il quale brucerà al rogo migliaia di donne guaritrici, conoscitrici del potere delle erbe e delle pietre, le quali vivevano in forte connessione con la natura, fuori dalle norme rigide imposte dalle istituzioni sociali e religiose. Secondo una leggenda,  Fanny Brawne, la fidanzata dello scrittore romantico John Keats, morto precocemente, conservava gelosamente i capelli rossi dell’amato in un medaglione.

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 La tinta provocante dei soggetti artistici veniva ripresa anche dalle nobildonne di epoca veneziana ed elisabettiana, attraverso precise tecniche cosmetiche: hennè, zafferano e cassia. La capigliatura rossa e volitiva nell’arte, combinazione tra luce e mistero, non è mai stata solo un dettaglio estetico, ma linguaggio dell’anima, della femminilità proibita e della ribellione morale, una chioma rouge, quindi, carica di forza espressiva.