“How do I love thee? Let me count the ways!”: il canto d’amore di Elizabeth Barrett Browning, la poetessa che cambiò la sua vita con la sola forza del cuore

Di Paolo Brutto

Fu soprannominata la “Shakespeare al femminile” per la profonda sensibilità e delicatezza con cui sono intrisi i suoi sonetti d’amore ma Elizabeth Barrett Browning fu molto ma molto di più: lei divenne non solo la voce dell’amore più puro, del sentimento che anela la libertà, ma affrontò con un coraggio sconvolgente per l’epoca – siamo in piena età vittoriana – il tema della schiavitù denunciandone gli orrori e la schematica brutalità; denunciò le condizioni del lavoro minorile tanto da contribuire a far modificare le leggi britanniche su questo tema; scriveva dell’indipendenza italiana, del potere corrotto, delle donne intrappolate dalle aspettative della società.

Elisabeth era una donna forte, coraggiosa, una donna che, oltre alla forza della sua lirica, seppe cambiare il suo destino scegliendo la libertà e l’amore opponendosi all’oppressione perfida di suo padre, un tiranno in piena regola avvolto sotto il mantello ipocrita e perbenista della buona società vittoriana. Proprietario di piantagioni di zucchero in Giamaica, aveva proibito a tutti i suoi dodici figli di sposarsi: non per motivi religiosi o finanziari ma solo perché voleva avere il controllo totale sulle loro vite e sulle loro scelte, tanto da diseredati completamente se avessero provato a contravvenire ai suoi ordini. Ma Elizabeth era una donna semplicemente fuori dall’ordinario: nacque nel 1806 e dimostrò doti così straordinarie fin da bambina – leggeva Omero in greco a otto anni e scriveva poesie epiche a dodici – tanto da convincere il padre a pubblicare privatamente la sua prima opera, The Battle of Marathon, mentre la maggior parte delle sue coetanee imparava a malapena l’arte del ricamo.

nI dolori che l’affliggevano erano così intensi che la poetessa riusciva a malapena a muoversi – i medici, a tal proposito, le prescrissero dosi di oppio (laudano) tali che lei ne divenne dipendente – e per anni visse in condizioni di semi-invalidità nella casa di famiglia a Londra, confinata in stanze buie e costretta a guardare la vita che scorreva imperterrita fuori dalla sua finestra. Ma lei continuava a scrivere, con un animo mai domo ricolmo di quella grazia che solo la poesia sa regalare: negli anni ‘40 dell’Ottocento, Elizabeth Barrett era una delle poetesse più celebri d’Inghilterra tanto che i critici non solo la considerarono per il prestigioso titolo di Poet Laureate alla morte di Wordsworth ma arrivarono addirittura a paragonarla a Shakespeare.

Ma fu nel gennaio del 1845 che la vita di Elizabeth cambiò: Robert Browning, un poeta più giovane di lei di sei anni, le scrisse una missiva che conteneva queste parole:

Amo le tue poesie con tutto il cuore, cara Miss Barrett…

Elizabeth Barrett Browning (1806-1861) in un ritratto d’epoca.

Le parole di Elizabeth lo avevano commosso così tanto che Robert le scrisse d’impulso: lei rispose e lui, subito dopo, replicò. Da qui iniziò una fitta corrispondenza dove due persone, apparentemente sconosciute l’uno all’altra, riuscirono a riversare le loro anime sulla carta in maniera tale che, nel maggio del 1845, accadde qualcosa di straordinario: Robert ed Elizabeth riuscirono finalmente ad incontrarsi di persona e Robert, come la vide, se ne innamorò a tal punto che la voleva sposare, sfidando la sua condizione di donna invalida e dipendente dall’oppio.

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Elizabeth, una donna data da tutti per spacciata, troppo malata e fragile per affrontare le durezze di una vita reale lontana dal quieto vivere impostole dalla sua agiatezza e dai costumi della società vittoriana dell’epoca, accettò con gioia la proposta di Robert sfidando le regole asfissianti di suo padre e il 12 di settembre del 1846, uscendo di nascosto dalla sua casa paterna che non avrebbe mai più rivisto, sposò in segreto Robert Browning e fuggì con lui in Italia.

Qui rinacque letteralmente una seconda volta: la libertà di una vita vissuta finalmente appieno senza costrizioni, il sole meraviglioso di Firenze, l’amore di Robert che la trattava da pari a pari, la nascita di un figlio all’età di 43 anni – quando tutti i medici ritenevano impossibile tutto ciò – fecero rifiorire Elizabeth che continuò a scrivere con passione e con furore, utilizzando la poesia come arma per ridestare le coscienze.

The Runaway Slave at Pilgrim’s Point affrontava con rara sensibilità la brutalità della schiavitù; The Cry of the Children denunciava le condizioni del lavoro minorile mentre il suo celebre Aurora Leigh, romanzo in versi, affermava con forza il tema dell’indipendenza femminile, un’indipendenza che si doveva raggiungere soprattutto attraverso l’istruzione e la creatività. I critici e i benpensanti del suo tempo erano scandalizzati: in un’epoca in cui le donne dovevano solamente tacere e non affrontare argomenti scottanti come la schiavitù, la libertà dei popoli e – cosa anche peggiore – l’indipendenza e l’autonomia delle donne, Elizabeth non si limitava ad osservare le ingiustizie ma le attaccava con la forza prorompente delle sue idee e della sua poesia. Visse per circa quindici anni a Firenze con il suo amato Robert, scrivendo, amando, allevando suo figlio ma, soprattutto, visse da donna libera, una libertà che le era stata completamente negata nella natìa Inghilterra.

Morì il 29 giugno del 1861 tra le braccia di Robert, all’età di 55 anni. L’ultima parola che sillabò prima di morire fu “Beautiful”. E la sua vita fu davvero bellissima, a pensarci bene, una vita vissuta al massimo nonostante la malattia, nonostante la tirannia del padre, una vita resa meravigliosa dall’amore che rende piena qualsiasi esistenza e dalla poesia, suo intrinseco e splendente linguaggio. Ed è a questo sentimento straordinario e all’amore che la legherà per sempre a suo marito Robert che Elizabeth scriverà una raccolta di sonetti (la celebre Sonetti dal portoghese) assolutamente rivoluzionaria nei temi e nei contenuti in quanto la donna non rappresenta più la figura ideale (ma passiva) oggetto della passione maschile ma diventa ella stessa protagonista dei propri sentimenti e delle proprie passioni, ribaltando completamente i termini del corteggiamento, non più appannaggio dell’uomo ma anche della donna ritenuta finalmente degna e libera di scrivere liriche d’amore dedicate al proprio uomo.

In questa sede analizzeremo forse il suo sonetto più celebre, il sonetto numero 43 dedicato al suo adorato Robert: In quanti modi ti amo? Fammeli contare. Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all’altezza Che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile Agli scopi dell’esistenza e della Grazia ideale. Ti amo al pari della più modesta necessità Di ogni giorno, al sole e al lume di candela. Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia; Ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera. Ti amo con la passione che gettavo Nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia. Ti amo di un amore che credevo perduto Insieme ai miei perduti santi. Ti amo col respiro, i sorrisi, le lacrime di tutta la mia vita! E, se Dio vorrà, Ti amerò ancora di più dopo la morte.

Le immagini e le parole contenute in questo sonetto sono così dense di passione, di spiritualità e di slanci dell’animo così straordinari da far emozionare anche lo spirito più refrattario all’amore e ai sentimenti. Il linguaggio utilizzato dalla poetessa inglese diventa più figurativo e simbolico mano a mano che si sviluppa il componimento, creando dei sublimi parallelismi non solo con la natura che la circonda ma anche (e soprattutto) con tutte quelle virtù – la Grazia ideale, la Giustizia di chi si batte generosamente, la purezza rappresentata dalla Preghiera – che danno al sentimento che prova per il marito sfumature vivide di eternità, un’eternità che, col beneplacito di Dio, potrà far rivivere il loro amore anche dopo la morte. Il lascito enorme di Elizabeth Barrett Browning non si misura dalla sua straordinaria opera poetica ma, soprattutto, si evidenzia in maniera meravigliosa nelle scelte che hanno accompagnato la sua esistenza.

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Scelse l’amore al posto della sicurezza, la libertà al posto dell’approvazione e della tirannia asfissiante del padre, la vita al posto di una lenta agonia vissuta all’interno di una gabbia dorata. Trasformò il suo dolore in un canto d’amore universale, un amore così impetuoso e vivido da trascendere il mero sentimentalismo per farsi portavoce di valori universali come la lotta alla schiavitù e l’emancipazione femminile.

La storia e la poesia di Elizabeth non sono soltanto i lasciti di una donna straordinaria ma rappresentano idealmente le storie di tutte quelle persone che hanno scelto a caro prezzo l’autenticità al posto del riconoscimento e della mera approvazione, la libertà al posto della sicurezza, l’amore al posto della paura. Elizabeth Barrett Browning ci ha dimostrato che i nostri corpi possono essere fragili fino a morire sotto il peso delle limitazioni fisiche o dei divieti imposti dagli altri ma le nostre voci, i nostri spiriti, il nostro diritto d’amare è più forte di tutto. E solo se daremo conto a tutto ciò potremo anche noi, alla stessa maniera di Elizabeth, vivere una vita che ha il sapore di un miracolo vissuto ad occhi aperti. Un miracolo così straordinario da far pronunciare anche a noi la parola ‘Bellissimo’ alla fine della nostra esistenza sapendo che il viaggio più bello, quello dell’amore eterno senza limiti di tempo e spazio, è proprio dietro l’angolo.