Gli occhiali nei ritratti d’epoca

di Rossana Lucente

Per secoli, gli occhiali sono stati molto più di un semplice strumento ottico: nei ritratti famosi diventano un segno di identità, uno status symbol, un indizio psicologico. La loro presenza, sorprendentemente rara fino all’età moderna, racconta l’evoluzione del modo in cui l’arte ha rappresentato l’intelletto, l’individualità e il rapporto tra apparenza e interiorità. Sebbene gli occhiali siano stati inventati nel XIII secolo, la loro comparsa nei ritratti è sporadica fino al XVIII secolo.

Nella pittura rinascimentale e barocca, il volto umano doveva incarnare un ideale di armonia e perfezione: gli occhiali, considerati oggetti funzionali e poco “nobili”, rischiavano di disturbare questa visione. Quando compaiono, spesso lo fanno in contesti moralizzanti o allegorici, associati a studiosi, filosofi o figure anziane, simbolo di saggezza e studio.

Come dimostra il “Ritratto del cardinale Ugo di Saint-Cher (1352)”, realizzato da Tommaso Barisini, conosciuto come Tommaso da Modena, dove il frate dell’Ordine dei Domenicani, predicatore, mendicante ed eletto a cardinale, viene raffigurato completamente immerso nella scrittura, aiutato da un rudimentale paio di lenti correttive.

Così come nella “Vocazione di Matteo (1605 – 1609)” dipinta da Ludovico Carracci, fondatore dell’Accademia degli Incamminati di Bologna, dove un “pubblicano” indossa gli occhiali per contare il denaro proveniente dalle tasse imposte dai romani agli israeliti, incurante della “chiamata divina” rivolta al collega Matteo.

Mentre in “Ecce Homo (1485 – 1490)” di Conrad Weider, artista tedesco poco conosciuto, spicca un Cristo incoronato di spine presentato alla folla da Ponzio Pilato, e osservato da un giudeo provvisto di occhiali, segno della cecità ebraica dinanzi al Messia, e dotato di borsetta porta denari, segno di attaccamento alle ricchezze terrene.

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Inoltre nella “Pala della Passione (1403)” di Konrad von Soest, esponente del gotico internazionale in Germania, l’apostolo Pietro provvisto di pratici strumenti da vista, viene illustrato mentre legge le sacre scritture, simbolo di autorità spirituale e conoscenza divina, nonostante la scarsa alfabetizzazione legata alla sua condizione di pescatore.

Infine, nel “Ritratto di Francisco de Quevedo (metà del XVII secolo)” di Juan van der Hamen, pittore spagnolo prematuramente scomparso, il volto del poeta satirico, pensatore pessimista e cavaliere dell’Ordine di Malta, viene caratterizzato da occhiali tondi e spessi, indispensabili per la sua grave patologia.

Nel XIX secolo anche il monocolo, spesso associato all’élite maschile, compare in vari ritratti ottocenteschi come segno di distinzione sociale e, talvolta, di ironica vanità. Con il Novecento, gli occhiali perdono definitivamente ogni residuo di stigma e diventano parte integrante dello stile personale. Un caso emblematico è “l’Autoritratto di Andy Warhol (1964)”, fondatore della “Factory” di New York, frequentata da artisti, musicisti e outsider, il quale fa degli occhiali da vista e degli occhiali da sole un elemento centrale della propria immagine pubblica e artistica, creando distanza, ambiguità, e trasformando l’artista stesso in una icona. Quindi, dalla loro timida comparsa nei ritratti di studiosi fino alla celebrazione pop dell’identità individuale, gli occhiali nei ritratti famosi raccontano una storia parallela a quella dell’arte stessa. Sono piccoli oggetti, ma carichi di significato: parlano di conoscenza, di tempo che passa, di modernità e di come ogni epoca scelga di guardare, e rappresentare, l’essere umano.

Rossana Lucente